Priorità
«Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese»: a pochi
giorni dal sisma di maggio, cogliendo un sentimento che veniva dal basso ed era
stato intercettato dai preti friulani, fu l’arcivescovo di Udine Alfredo
Battisti a mettere in fila le priorità della ripresa. Stato e Regione autonoma
stanziarono con prontezza i primi fondi per la ricostruzione dell’apparato
produttivo che, dopo il terremoto di settembre, sarebbe decollata
definitivamente.
Nella fascia pedemontana, alle tradizionali aziende agricole
di dimensioni famigliari si era affiancata dagli anni Sessanta un’industria in
crescita veloce, basata su un’imprenditoria giovane e una diffusa cultura del
lavoro. La reazione fu immediata: prima che potesse riprendere la produzione le
maestranze furono impiegate per il recupero di quanto era rimasto in piedi,
scongiurando la ripresa dell’emigrazione o l’inurbamento verso i capoluoghi
regionali.
Per la ricostruzione edilizia si rivelò fondamentale la
legge regionale n. 17 del 17 giugno 1976, che era ancora ispirata all’idea che
si potesse, fin dove era possibile, più riparare che ricostruire. Politici,
amministratori e tecnici dovettero così iniziare a confrontarsi; si mise in
moto la complessa macchina per l’accertamento dei danni, che si sarebbe
rivelata essenziale. Nel frattempo, molti privati non rimasero con le mani in
mano, prima ancora di ricevere le sovvenzioni promesse. Nell’estate 1976 migliaia
di alpini in congedo, da tutta Italia, passarono le ferie nel Friuli tra le
macerie e i primi segni di una ricostruzione sperata. Dovevano però ancora
arrivare le scosse di settembre, l’esodo verso le località balneari per
migliaia di famiglie, un inverno passato al freddo nelle roulotte e nelle tende
per molte altre.
Con l’anno nuovo e la terra che non tremava più sotto i
piedi sarebbe diventato chiaro a tutti che il lavoro da fare era enorme,
servivano idee e progetti concreti, soprattutto un’idea complessiva di come
ricostruire. Almeno psicologicamente, la ricostruzione era però già avviata.