Come già ricordato a
proposito delle prime fasi dell’emergenza, il 7 maggio si riunì a Roma il
Consiglio dei ministri, presieduto da Aldo Moro, che nominò Giuseppe
Zamberletti Commissario straordinario del Governo. Cinque giorni dopo, in una
seconda seduta, fu approvato il decreto legge n. 227, che conteneva i primi
provvedimenti urgenti e un’assegnazione generica di delega alla Regione
autonoma Friuli Venezia Giulia per la ricostruzione.
All’inizio della
settimana seguente, alla segreteria del Consiglio dei ministri, si tenne un
incontro per un primo esame delle proposte avanzate dai ministeri per far
fronte all’emergenza, al quale presero parte il presidente della Regione
Antonio Comelli, l’udinese Mario Toros, ministro del Lavoro e della previdenza
sociale, e il deputato udinese Pier Giorgio Bressan. A un certo punto della
riunione si affacciò alla porta il presidente del Consiglio Aldo Moro che,
rivolgendosi a Comelli, senza preamboli, gli chiese di confermare che la
Regione aveva il coraggio e l’energia per assumersi istituzionalmente
l’incarico della ricostruzione. Comelli, è noto, rispose affermativamente: già l’8
maggio 1976, in occasione della visita del presidente del Consiglio a Gemona,
gli era stato rivolto lo stesso quesito, e Comelli, dopo aver interrogato con
lo sguardo il consigliere regionale Salvatore Varisco e l’allora sindaco di
Gemona, recepito il loro timido cenno di assenso, aveva accettato di farsi
carico dell’enorme responsabilità.
Perché Moro – si
chiede l’ingegner Diego Carpenedo, uno dei protagonisti della ricostruzione –
prese quest’iniziativa? Nel tempo sono state avanzate tre possibili ragioni: la
prima è che avesse un particolare legame con il Friuli, la regione più
‘morotea’ d’Italia. La seconda è da ricercare nei risultati modesti, ormai
evidenti all’opinione pubblica, conseguiti in Sicilia nella ricostruzione del
Belìce. Il terzo motivo è da rintracciare nel debito morale che aveva contratto
con la Regione: nei mesi precedenti al sisma Moro aveva fatto preparare un
disegno di legge per l’assegnazione di fondi, ai sensi dall’articolo 50 dello
Statuto regionale, per l’«esecuzione di programmi organici
di sviluppo». La caduta del suo V Governo (che era durato solo 77 giorni) in
aprile aveva però interrotto quell’iter; ma Moro intendeva mantenere l’impegno
assunto con la Regione e con la sua Giunta. Sarebbe stata anche una forma di
sostegno a quest’ultima, alla quale prendevano parte solo la DC, il PSDI e il
PRI e che si reggeva sull’esigua maggioranza di 31 dei 61 consiglieri
regionali.
I partiti di sinistra
PCI e PSI – quest’ultimo uscito dopo nove anni dal Governo regionale
nell’ottobre del 1975 – intravidero nel terremoto l’occasione per far ritornare
la DC alla soluzione del centro-sinistra esteso: il malcontento che circolò
dopo la scossa di maggio per le lentezze dell’azione regionale giocarono a
favore di chi intendeva mettere in crisi la soluzione tripartita.
Per il ritorno ad una
coalizione di centro-sinistra si impegnò soprattutto il PSI, che in Consiglio
regionale condusse una dura battaglia contro la Giunta Comelli, che tuttavia
non premiò sul piano elettorale. Nelle elezioni politiche del 20 e 21 giugno 1976
la percentuale di votanti fu del 95 per cento degli aventi diritto (con un
leggerissimo incremento rispetto a quattro anni prima) e ne risultò infatti
premiato il bipolarismo. La DC (38,7 per cento) rimase il primo partito nella
regione e il PCI le si avvicinò (34,4 per cento), ma il temuto sorpasso non si
realizzò; il PSI rimase al palo (9,6 per cento).
A metà luglio, a
seguito del dibattito che affrontava i temi del ripristino delle attività
produttive, del reperimento delle aree da destinare a interventi edilizi
urgenti e degli espropri per pubblica utilità, conclusosi poi con
l’approvazione delle leggi regionali n. 28 del 1° luglio 1976 e n. 33 del 21
luglio 1976, PCI e PSI decisero di non prendere più parte ai lavori della
Commissione consiliare speciale del Consiglio regionale per le zone
terremotate, la cui istituzione era stata decisa già nel dibatto in Consiglio
l’8 maggio. Presieduta dal democristiano Salvatore Varisco, la Commissione
aveva il compito di mantenere il collegamento tra Consiglio e Giunta per tutte
le «questioni attinenti all’evento sismico che abbiano rilevanza o urgenza e
non siano di competenza delle commissioni permanenti». Vi rientrarono a
settembre e Antonio Comelli, il 21 dello stesso mese, nell’aula del Consiglio
regionale, nel ricordare l’inaspettata ripresa delle scosse proprio quando «ci
illudevamo che il fenomeno sismico andasse attenuandosi» e l’esodo «seppure
provvisorio» delle popolazioni dalle località colpite, fece appello a un «patto
per la ricostruzione» tra le forze politiche regionali, per scongiurare lo
spopolamento e «la morte del Friuli».
Il patto informale
che venne allora siglato tra le forze politiche, e che venne in seguito
chiamato ‘compromesso sismico’ in assonanza con il ‘compromesso storico’ a cui
lavoravano da tempo PCI e DC per portare il Partito Comunista al governo del
Paese, riconciliò le posizioni spesso estreme degli schieramenti politici.
Riuscì inoltre a smorzare le istanze, sfociate in proteste di piazza, del
Movimento delle tendopoli, dove aveva voce l’impegno deigiovani sostenitori
della sinistra extraparlamentare che premevano per una ricostruzione gestita
dal basso come occasione per far decollare un nuovo modello sociale.
Il ‘compromesso
sismico’ fu l’intesa politica che diede braccia e gambe alla ricostruzione
post-sisma, attraverso la realizzazione di politiche abitative e di
riqualificazione territoriale, con lo strumento di apposite leggi-quadro e di
bandi finalizzati a sostenere cittadini ed imprese al recupero del patrimonio
immobiliare danneggiato o perduto. Fu così possibile procedere alla rapida
approvazione di quelle leggi regionali fondamentali, previste dalla legge n.
546 dell’8 agosto 1977, che delegava a cascata ampi poteri decisionali ai
sindaci e alle comunità locali. Fu, considerato a posteriori, uno dei più
riusciti casi di sussidiarietà regionale nei termini previsti dall’articolo 118
della Costituzione.
La riqualificazione e
il potenziamento della viabilità furono gestite semplificando le procedure
burocratiche, il recupero strutturale e l’adeguamento sismico degli edifici
emanando pratiche normative tecniche come i Documenti Tecnici (DT) allegati
alla legge regionale n. 30/1977. Fu garantito un dialogo con la Soprintendenza
per la tutela del paesaggio, dell’architettura tradizionale e monumentale,
furono definite intese con associazioni di categoria del settore edilizio per
assicurare la disponibilità dei materiali da costruzione e il mantenimento di
prezzi calmierati.
Negli anni che
seguirono, tramontata a livello nazionale la possibilità di un accordo storico
tra DC e PCI, in un clima che andò peggiorando anche per il terrorismo di
sinistra e lo stragismo neofascista, la ricostruzione del Friuli proseguì sulla
base del patto di unità e di collaborazione trasversale stretto dopo la seconda
scossa: un'intesa tra la Democrazia Cristiana di Antonio Comelli e
l'opposizione, in particolare il Partito Comunista Italiano, con il
coinvolgimento attivo di tutte le forze politiche e culturali della regione.
In questo contesto, alla
Segreteria Generale Straordinaria si volle affiancare l’Ufficio Operativo
Centrale: un organismo politico composto da un rappresentante della DC, uno del
PCI, uno del PSI, uno del PRI e uno del PSDI, cui fu affidato il compito di
favorire l’afflusso da fuori regione di grandi imprese con tecnologie avanzate
e adeguata forza lavoro; un organismo all’interno del quale i rappresentanti
dei partiti decidevano gli ‘appalti accorpati’, secondo una filosofia che, nei
lustri a venire, sarebbe degenerata.
Negli stessi anni operò, come
si è visto, anche la Commissione speciale regionale per la ricostruzione,
inizialmente presieduta da Salvatore Varisco, eletto in Consiglio regionale nel
1964 nelle fila della Democrazia Cristiana e divenuto primo assessore alla
Ricostruzione nel 1980; in continuità con il ‘compromesso’ avviato, egli venne
poi sostituito da Giulio Magrini che, rappresentando la Carnia in Consiglio
regionale dal 1973 al 1988 nel Gruppo consiliare del PCI, seppe inciderenell’applicazione
della legge regionale che istitutiva delle comunità montane e nell’elaborazione
delle prime linee di intervento sulla rinascita del Friuli terremotato.
L’esperienza della Regione
autonoma Friuli Venezia Giulia e, più in generale, l’operato di tutte le
istituzioni coinvolte e della classe dirigente regionale avrebbero confermato
la validità delle scelte politiche prese spesso nella concitazione del momento,
a iniziare dalla decisione di Aldo Moro di affidare alla Regione, in prima
persona, la gestione della rinascita del Friuli.
Grazie alla funzione di guida
tecnica svolta dalla Segreteria Generale Straordinaria, grazie ai singoli
professionisti, agli ordini professionali, alle competenze tecniche anche
esterne che furono mobilitate, a tutte le maestranze che a vario livello furono
chiamate a lavorare, fu possibile portare a termine in un decennio la
ricostruzione dell’area terremotata.