L’aiuto tempestivo dell’Esercito che
allora in regione schierava circa 100 mila uomini (i due terzi dell’Esercito
italiano e un terzo di tutte le Forze armate), si rivelò fondamentale anche nel
momento in cui, dopo il recupero dei feriti e la messa in sicurezza dei luoghi,
ci si dovette occupare di chi era rimasto senza casa.
Per il primo ricovero dei senzatetto, dopo
la scossa di maggio, si guardò ai campi sportivi, che garantivano terreno
libero e pianeggiante in grado di ospitare le molte tende che avrebbero potuto
dare riparo, almeno per l’estate, alla popolazione di decine di paesi. Nemmeno
l’Esercito disponeva dell’attrezzatura necessaria per far fronte ad un simile
sforzo; questa fu acquistata con urgenza dalla Regione e in parte giunse
dall’estero, donata da eserciti e istituzioni di numerosi paesi europei.
Molte tende arrivarono dalla vicina
Austria, la prima a muoversi negli aiuti, e dalla Svizzera, che nelle prime
fasi del soccorso, assieme ad altri generi di necessità, inviò circa 250 tende.
Altre tende e letti da campo furono portati e messi in opera dal Bundeswehr,
l’Esercito della Germania Ovest, e dall’Armée Belge, quello del Belgio. Anche
l’Esercito inglese inviò tende, letti e coperte; altro materiale arrivò dalla
Croce Rossa dei paesi europei. I primi campi vennero montati in una ventina di
giorni, e nel complesso furono in grado di ospitare quasi 80 mila persone.
Molti trovarono ricovero anche nelle
carrozze ferroviarie rese disponibili dalle Ferrovie dello Stato e cominciarono
ad arrivare in Friuli, da tutta Italia, le roulotte, spesso portate sul posto
da singoli cittadini, spontaneamente. Nella maggior parte dei paesi, nonostante
i danni gravissimi e l’elevato numero di edifici distrutti, la struttura urbana
storica aveva retto, il centro non era stato irrimediabilmente danneggiato e
quindi poteva essere risanato. Così il primo pensiero dei friulani fu di restare
vicini a casa: oltre alle tendopoli nei campi sportivi e ai villaggi di
roulotte che sorsero accanto al paese o alla borgata da ricostruire, molti
ricoveri temporanei, frutto dell’iniziativa di singole famiglie, furono
collocati al di fuori delle aree scelte e attrezzate, accanto a edifici solo
parzialmente lesionati, a un capannone artigianale che aveva resistito o a una
stalla, per consentire in questo modo di accudire il bestiame o curare l’orto.
Oltre a 184 tendopoli, furono realizzati
circa un migliaio di altri piccoli insediamenti, per assecondare la richiesta
delle famiglie colpite dal sisma di restare nei paesi. All’inizio dell’estate
la scelta dell’attendamento o di utilizzare i villaggi di roulotte prevalse su
quella dell’esodo, e non solo per assecondare le richieste delle comunità:
mancavano infatti dati concreti sulla ricettività delle zone costiere, che in
quel mese di maggio si preparavano ad accogliere i turisti estivi. Di fondo, poi,
si temeva che la tragedia innescasse una nuova ondata di emigrazione, come
quella che dopo la guerra, negli anni Cinquanta e Sessanta, aveva spinto
nuovamente molti friulani all’estero.
Nelle tendopoli si crearono forme del
tutto originali di autogestione per coordinare le necessità collettive (come la
mensa per i pasti), il rapporto con i volontari e le forze dell’ordine, gestire
la comunicazione tra gli insediamenti, dare ordine ed efficacia all’opera delle
istituzioni impegnate sul territorio – i Comuni, la Regione, il Commissario
straordinario – in modo da far fronte nel modo più efficace all’emergenza. I
Comitati di coordinamento che sorsero negli insediamenti provvisori furono un’esperienza
straordinaria di autogoverno ‘dal basso’ e di solidarietà tra le generazioni.
In mezzo alle tende si fusero l’antica esperienza comunitaria della vita di
villaggio e quella del lavoro condiviso della tradizione dell’emigrazione, lo
spirito altruistico e di corpo dei molti alpini e le idee delle nuove
generazioni e dei giovani degli anni Sessanta e Settanta. La forte
politicizzazione della società di quel tempo si rispecchiò nella coesistenza di
movimenti diversi, da Lotta Continua a Comunione e Liberazione. Nacque,
spontaneamente, il «Bollettino del coordinamento delle tendopoli», prezioso
strumento di monitoraggio e comunicazione utilizzato spesso anche dai sindaci,
che sarebbe stato seguito dal 1978 da «In Uaite» (In Guardia), giornale di
coordinamento dei paesi terremotati diretto da Mauro Tosoni.
A soli otto anni di distanza dal terremoto
del Belìce erano ben presenti le immagini della popolazione siciliana che
viveva ancora in prefabbricati: si cercò dunque, in tutte le maniere, di
ridurre la paura che la sistemazione in alloggi provvisori potesse essere ‘per
sempre’. Da subito si sostenne, come fece il ministro dell’Interno Francesco
Cossiga dopo aver visitato il 9 maggio il Friuli assieme ad Aldo Moro, capo del
Governo, che la scelta delle tendopoli fosse momentanea e che si dovesse
pensare subito a soluzioni ‘definitive’.
Diversi intellettuali friulani avanzarono
proposte alternative a quelle del Governo, che caldeggiava le poco confortevoli
tende. Il direttore del «Messaggero Veneto» Vittorino Meloni, continuando ad
osteggiare i prefabbricati, propose di sostituire le tende con le roulotte. Pre
Toni Beline (padre Pier Antonio Bellina), un parroco molto seguito dalla
popolazione, famoso giornalista e scrittore in lingua friulana, propose invece
di alloggiare i senzatetto nelle caserme; lo storico friulanista Gino di Caporiacco
suggerì di sistemare le famiglie in capannoni industriali, rapidamente
edificabili e in parte riutilizzabili, ad emergenza conclusa, come strutture
polivalenti al servizio delle comunità.
Tenendo conto delle elezioni politiche
previste per il 20 e 21 giugno, i candidati scelsero di non utilizzare il
termine dispregiativo di ‘baracca’, preferendo l’espressione ‘abitazioni
sostitutive’, per dare il senso di una soluzione provvisoria ma dignitosa.
Nella legge regionale n. 17 del 7 giugno 1976, Interventi di urgenza per
sopperire alle straordinarie ed impellenti esigenze abitative delle popolazioni
colpite dagli eventi tellurici del maggio 1976 nel Friuli-Venezia Giulia,
che diede un primo quadro di riferimento all’emergenza, l’Amministrazione
regionale venne autorizzata «a stipulare con ditte specializzate contratti di
acquisto, di noleggio o di leasing, a trattativa privata, per la fornitura e la
messa in opera di abitazioni mobili o ad elementi componibili, da destinare
provvisoriamente ad alloggi per le famiglie senza tetto, ivi comprese le
infrastrutture necessarie».
La volontà di passare subito alla
ricostruzione spinse la Regione – con la legge regionale n. 33 del 21 luglio
1976, Norme per il reperimento di aree da destinare ad interventi edilizi
urgenti nei Comuni colpiti dal sisma del maggio 1976 nonché norme in materia di
espropriazione per pubblica utilità – ad autorizzare i sindaci ad
individuare terreni che potessero essere resi disponibili dai proprietari,
possibilmente senza la necessità di espropriarli, per trasformare le prime
tendopoli in aree urbanizzate, attrezzate anche per l’installazione di
Insediamenti Abitativi Provvisori (IAP).
Per l’apprestamento delle aree prima, e
delle opere di urbanizzazione primaria poi, durante l’estate fu incaricata
direttamente una società per azioni partecipata da 80 imprese edili friulane e
venete: il CoRiF (Consorzio Ricostruzione Friuli). Una scelta fortemente
contestata dai partiti di opposizione, che dietro alla volontà del ‘fare da
soli’ videro la decisione di estromettere alcune grandi imprese (tra cui
Italstat e Fiat) già operanti sul territorio, anche nel cantiere
dell’autostrada Udine-Tarvisio, in quei giorni fermo a causa del sisma. Le
polemiche investirono anche la scelta delle due aziende che avrebbero fornito i
prefabbricati, una friulana e una trentina, alle quali fu versato un acconto di
5 miliardi di lire. Ulteriori contrasti ci furono poi sulla decisione di non
puntare su unità abitative ‘monoblocco’, più facilmente installabili.
A metà estate il Comitato di coordinamento
delle tendopoli, facendo leva proprio su questo nuovo spirito di partecipazione
che si era sviluppato, organizzò due manifestazioni popolari, la prima a Udine
e la seconda, il 16 luglio, a Trieste, sede della Regione. Vi parteciparono
oltre tremilacinquecento terremotati, mobilitati per denunciare i ritardi e le
difficoltà crescenti delle condizioni di precarietà della vita nelle tende, che
vide persino l’occupazione della sede RAI. Nello stesso giorno, i sindacati e i
partiti di sinistra indissero una ‘contromanifestazione’ a Udine, per rimarcare
i ritardi dell’azione regionale. Tutto ciò contribuì a mutare il clima politico
nella direzione di una maggiore condivisione delle scelte urgenti da prendere.
Con le scosse del 15 settembre fu chiaro a
tutti che il passaggio dalle tende alle case e l’auspicata ricostruzione non
avrebbero potuto essere rapidi: di certo non avrebbero potuto iniziare prima
dell’inverno. Dopo il tempo delle tende, era indispensabile trovare una
soluzione in vista dell’arrivo della stagione rigida. Si cercò allora, prima di
tutto, di sostituire, nei tempi più brevi possibili, le tende con roulotte e
prefabbricati. Circa 4 mila roulotte furono requisite dai Prefetti in tutto il
Paese, sia presso aziende che presso privati: radunate a Campoformido, nelle
vicinanze di Udine, furono messe a disposizione dei terremotati come alloggio
temporaneo.
Ma decine di migliaia di persone sarebbero
comunque rimaste in soluzioni inadeguate per un territorio pedemontano dal
clima severo. Per molti di coloro che non avevano più un lavoro, per le
famiglie con anziani e bambini ebbe inizio l’esodo di settembre.