Agli inizi di settembre 1976, già prima delle scosse di metà
mese, era diventato chiaro a molti che sarebbe stato impossibile rientrare
nelle case riparate prima dell’inverno. Il desiderio di passare direttamente
“dalle tende alle case”, come recitava uno degli slogan che aveva segnato le
prime fasi della ricostruzione, non avrebbe potuto essere esaudito.
Furono soprattutto le forze politiche di opposizione a
richiamare alla realtà e a chiedere di sostituire le tende con roulotte,
caravan e case trasportabili per permettere ai terremotati di passare
l’inverno. A Lignano, sulla costa friulana, una volta terminata la stagione
turistica, ci sarebbe poi stata la disponibilità di molti alloggi. Anche se lo
sciame sismico proseguiva, anzi forse proprio perché ci si cominciava ad
abituare alle scosse, la popolazione friulana non voleva abbandonare le case.
Chi poteva farlo accettò l’ospitalità di parenti e amici al di fuori del
Friuli, anche se restava forte la resistenza ad allontanarsi.
Dopo le nuove, violente scosse dell’11 settembre il sindaco
di Gemona Ivano Benvenuti dichiarò: «Cercherò di far capire alla popolazione
che non si tratta di mandarla via. Ma i prefabbricati non arrivano e sotto le
tende non si può assolutamente restare». Benvenuti
chiese al prefetto di poter disporre di 6 mila posti negli alberghi di Lignano:
gli imprenditori erano stati allertati durante l’estate. Altri 10 mila posti
letto vennero individuati dalla Regione Veneto nei centri balneari veneziani di
Jesolo e di Bibione in alberghi, case di riposo e colonie. L'ENI mise a
disposizione per l’inverno 100 villette del complesso turistico di Borca di
Cadore (Bl) in grado di ospitare 600 persone, provvedendo ad organizzare
l’assistenza sociale e scolastica per gli sfollati. Tutta Italia si attivò per
offrire riparo ai terremotati e permettere loro di superare la stagione
invernale: a Bologna il sindaco Zangheri
fece appello ai cittadini perché esprimessero la propria disponibilità ad
ospitare le famiglie friulane.
Il 13 settembre, dunque due giorni prima della nuova, grande
scossa, di fronte all’impossibilità di Regione e Comuni di risolvere il
problema dei senzatetto, Zamberletti venne richiamato e nuovamente nominato
Commissario straordinario del Governo per il Friuli terremotato, con poteri più
ampi. Dovette contare anche il risultato della visita di Giulio Andreotti a
Gemona, il 3 settembre precedente, quando il capo del governo venne contestato
per i ritardi accumulati. A Zamberletti fu di fatto affidato il compito di
offrire alle decine di migliaia di persone ancora sotto le tende un adeguato
riparo nei prefabbricati prima dell’inverno, di passare quindi dalla fase dei
soccorsi a quella della ricostruzione, dandogli carta bianca per agire «in
deroga a tutte le leggi, ivi comprese quelle sulla contabilità generale dello
Stato» (art. 1 del D.L. 648/1976).
Con la scossa del 15 settembre gli eventi precipitarono e
riprese con forza l’ipotesi dell’esodo. Zamberletti individuò nelle località
turistiche di mare o di montagna, dotate di adeguate strutture ricettive, le
zone di sfollamento dove prevedere l’istituzione di centri operativi di
coordinamento, denominati “Dipartimenti assistenziali”. Per consentire l’esodo
“volontario” gli automezzi militari fecero la spola decine di volte al giorno
tra i paesi distrutti e queste località.
Per dare maggiore forza all’iniziativa, il 24 settembre il
commissario straordinario impose ai sindaci dei comuni di Jesolo, Caorle di
Bibione-San Michele al Tagliamento (in Veneto), Lignano Sabbiadoro, Grado e
Ravascletto (in Friuli Venezia Giulia) di requisire “in uso” fino al 31 marzo
1977 gli «alloggi attualmente non abitati», attraverso una procedura sommaria,
con notifica mediante affissione sulla porta d’ingresso dell’alloggio. La
requisizione degli alberghi era già stata paventata da Francesco Cossiga pochi
giorni dopo la scossa del 6 maggio, assieme alla possibilità di alloggiare 5
mila senzatetto sui transatlantici Michelangelo e Raffaello
pronti a salpare da Genova per Trieste.
Una settimana dopo, il 1° ottobre, gli sfollati già censiti e
alloggiati altrove risultavano circa 31 mila: oltre 18 mila a
Lignano, più di 5 mila a Grado, 4 mila 575 a Bibione, circa 1800 a Jesolo, 500
a Caorle e 360 a Ravascletto. Fu allora specificato che ci si riferiva ad
«alloggi non abitati da persone residenti nel comune di ubicazione
dell’alloggio» e alle sei località interessate al
provvedimento ne vennero aggiunte altre quattro: Forni Avoltri, Forni di Sopra,
Forni di Sotto e Rigolato, tutte sotto la giurisdizione del Dipartimento
assistenziale di Ravascletto.
«Fu una sfida – riconobbe Zamberletti intervistato nel 2016 –
tanto è vero che il Governo era perplesso di fronte a una data così vicina […]. Requisimmo fino al marzo dell’anno dopo tutte le case
di villeggiatura, riconoscendo ai proprietari un affitto deciso dall’ufficio
erariale. Negli appartamenti sistemammo le famiglie, distribuendole in
dipartimenti in modo da tenere vicini gli abitanti dello stesso comune e le
scolaresche. Gli anziani non autosufficienti furono invece ospitati negli
alberghi, che ricevevano una retta a persona». Ci fu poi
chi non chiese aiuto e preferì pagare di tasca propria. «Nelle località
balneari – ricordò
ancora Zamberletti – avevamo raggruppato le
comunità, ricreato addirittura le classi scolastiche». Nonostante ciò «la gente della Carnia, di Resia e Resiutta
non voleva andare: non torniamo più ripeteva». La paura del non ritorno
emerge bene dal documento redatto il primo ottobre dal Centro di coordinamento
dei paesi terremotati: Pâr no' murî a Lignàn (Per non morire a Lignano),
nel quale gli esodati lamentavano le condizioni di vita nella cittadina
balneare e le difficoltà nei collegamenti con le zone terremotate.
In un servizio televisivo messo in onda dalla Rai il 5
novembre 1976, il giornalista Bruno Vespa raccontò quest’esodo e ne riportò i
dati. Si diceva che a Lignano Sabbiadoro, che aveva 5 mila abitanti d’inverno e
150 mila d’estate, «la colossale struttura alberghiera resse senza difficoltà
all’urto di 20 mila profughi» di settembre. Alcuni
titolari di alberghi e decine di proprietari di case offrirono spontaneamente
ospitalità ai senzatetto. I nuclei familiari composti di poche persone furono
accolti negli alberghi, quelli più numerosi negli appartamenti, scegliendo di
preferenza quelli situati nei piani più bassi degli edifici, perché la gente
provata dalle scosse aveva paura di abitare in alto.
Una relazione del Comune di Lignano Sabbiadoro ricostruisce
puntualmente le fasi sulla sistemazione degli sfollati. Già nella tarda
mattinata del 14 settembre – si legge – furono convocati i responsabili di
tutte le agenzie turistiche per il reperimento di alloggi, che collaborarono
«senza la minaccia di requisizioni o di provvedimenti di altra natura»,
assumendosi la responsabilità di concessione degli alloggi, anche senza
l’autorizzazione dei singoli proprietari. La municipalità riuscì così a
trovarsi preparata quando in pochi giorni migliaia di persone si riversarono
nella località balneare. Per affrontare l’emergenza, la giunta confermò tutto
il personale della stagione estiva e ne assunse altro. Furono organizzati
uffici per il reperimento degli alloggi, l’espletamento delle formalità
burocratiche e le assegnazioni. Ai vigili urbani fu assegnato il compito di
accompagnare le famiglie agli alloggi assegnati. Attraverso questa
organizzazione, al 26 ottobre – riporta la relazione – vennero sistemati 5.227
nuclei familiari in altrettanti appartamenti, per complessive 19.330 persone.
Interessante il confronto con le presenze temporanee di terremotati all’Efa (Ente Friulano di Assistenza) – struttura che in quei giorni accolse anche il personale
addetto all’assistenza e i militari – che il 21 settembre toccò il picco di
1.095 ospiti che in pochi giorni si ridussero a 9, quando per tutti gli
sfollati venne trovato un alloggio.
Nei piani terreni degli edifici della cittadina balneare i
negozi chiusi a fine stagione vennero liberati per accogliere le delegazioni
dei comuni ospitati; le assemblee comunali si organizzarono in uno dei
cinematografi. Le classi delle scuole elementari furono ricomposte nelle
località turistiche. In quell’inverno, nel nuovo edificio scolastico di Lignano
si contarono oltre un migliaio di alunni, tra cui 718 arrivati dai paesi
terremotati. Nuove forme di didattica vennero sperimentate per accogliere tutti
gli alunni.
Si cercò anche di ricreare i rapporti di vicinato: il
residence Luna a Lignano City ospitò una comunità di 600 persone proveniente
dal Comune di Artegna. Il cappellano, don Angelo Zanello, ricordava di aver
organizzato l’esodo della sua comunità in accordo con il sindaco: «ci trasferimmo con gli autobus ma ottenemmo che ci fossero
garantite vie di comunicazione con le zone evacuate dove si trovavano le
fabbriche. Ogni mattina, molto presto, partivano da Lignano pullman pieni di
operai».
Ma se a Lignano – come puntualizzava il servizio della RAI –
non ci fu bisogno di requisire nessun alloggio, a Grado invece, dove vennero
ospitati 6.500 terremotati, la resistenza fu forte. Ci furono manifestazioni di
piazza e Zamberletti dovette procedere alla requisizione di quasi tutti i 1.651
appartamenti necessari. Pure a Jesolo, riportano le cronache, furono operate
massicce requisizioni. Nelle località marine o climatiche del Veneto furono
recuperati in questo modo 3.300 degli 8.400 appartamenti che saranno alla fine
occupati dai friulani che avevano perso la casa.
Con il piano di Zamberletti, all’arrivo dell’inverno, oltre
32 mila senzatetto ebbero riparo nelle località turistiche. Altre 30 mila
persone rimasero nelle zone disastrate, sistemate in baracche e alloggi
precari, 10 mila di queste ancora nelle tende e in roulotte. 18 mila persone
trovarono ospitalità da parenti e conoscenti, molti fuori Regione e all’estero.
Nel reportage della RAI scorrono le immagini di
bambini che giocano vicino alle torri residenziali e di anziani che passeggiano
sulla sabbia, davanti alla terrazza a mare, agli uffici spiaggia e ai bar
chiusi. Intervistati raccontano che «si vive con la nostra nostalgia, del paese
che abbiamo lasciato, dei ricordi, dei morti, delle persone care che abbiamo
perduto». Ma – si sente dalla voce fuori campo – «nessuno si
lamenta, nessuno protesta, ma il peso dei ricordi accompagna ogni gesto della
giornata».
L’anno a venire, il 1977, sarebbe così stato l’anno della
costruzione del “Friuli provvisorio”, quello dei prefabbricati che furono in
grado di ospitare anche le famiglie che, all’inizio dell’estate, fecero il loro
“rientro dalle spiagge”.