La risposta volontaria di artisti e intellettuali

Il 12 maggio 1976 un gruppo di quindici intellettuali prese posizione di fronte alle massicce demolizioni autorizzate nella prima emergenza. Firmarono e fecero pubblicare sulla prima pagina del «Corriere del Friuli» un manifesto che invitava a salvaguardare il «patrimonio umano, storico, culturale e artistico» della regione. Il ricordo delle esperienze del Vajont e del Belìce era recente, il testo si appellava dunque ai professionisti – architetti, ingegneri, geometri e periti edili – «affinché, rifiutando tendenze e interventi estranei alla nostra civiltà, contribuiscano con le popolazioni a ridare al Friuli il suo volto, nel rispetto del particolare tessuto urbanistico e architettonico che lo caratterizzava».

Dall’appello non furono esenti le autorità, che vennero sollecitate a ricusare gli abbattimenti indiscriminati e la dispersione di materiali originali, utili al restauro degli edifici e dei monumenti lesionati, e che furono stimolate alla difesa dei beni storico-artistici e architettonici da tutelare e preservare, in quanto elementi identitari delle comunità friulane.

Un altro intellettuale che prese posizione fu lo scrittore Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito. Fra la fine di maggio e l’inizio di giugno del 1976 si rivolse alla stampa, in particolare alla rivista «Friuli nel mondo», con una lettera che proponeva alle città italiane e straniere di “adottare”, attraverso il coinvolgimento dei Fogolârs furlans, i paesi terremotati. Intravedendo il pericolo di un mancato coordinamento tra le varie forme d’assistenza, Nievo sosteneva l’importanza di convogliare, ad integrazione della pianificazione statale e regionale già in essere, gli aiuti di una “città adottante” verso un singolo comune: «Facciamo partecipare ognuno alla ricostruzione del Friuli», si legge nella lettera, «diciamogli dove andrà il suo aiuto, il suo denaro, e a chi andrà, e il temuto affievolirsi di interessi non verrà, o almeno sarà ridotto. Sapere esattamente a chi si dona, stimola la donazione». L’idea era buona, ma difficile da realizzare.

Immediata fu la risposta anche delle gallerie d’arte, che su tutto il territorio italiano organizzarono vendite e bandirono aste con l’obiettivo di raccogliere, attraverso la cessione di opere spesso donate dagli artisti, fondi a favore delle popolazioni terremotate.  La casa d’arte Finarte, ad esempio, organizzò per giovedì 20 maggio, alle ore 21, in piazzetta Bossi a Milano una vendita all’incanto: l’evento fu pubblicizzato dal «Corriere d’informazione» con un annuncio intitolato «Anche gli artisti per il Friuli»: l’evento fu pubblicizzato dal «Corriere d’informazione» con un annuncio intitolato «Anche gli artisti per il Friuli».

Una delle iniziative più significative partì da New York, fu patrocinata da Maria Laura Vinci, moglie dell’allora ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, ed ebbe come promotori lo scultore minimalista Carl Andre e il critico del «New York Times» Thomas Bear Hess, che diedero vita al Friul Arts and Monuments (Friam). L’intento di fondo consisteva nel donare alla città di Udine una raccolta di opere di arte contemporanea americana, di cui il 20 per cento sarebbe stato destinato alla pinacoteca cittadina e il restante 80 per cento doveva essere messo in vendita, così da sovvenzionare i restauri e il recupero dei monumenti, come la chiesa di San Francesco a Cividale del Friuli. Donarono le loro opere artisti del calibro di Roy Lichtenstein, Sol Le Witt, Willem de Kooning, Frank Stella, Donald Judd, Robert Mangold, lo stesso Andre e molti altri, per un totale di 114 opere d’arte.

Esposte dall’11 al 27 agosto 1976 in una mostra dal titolo Project Rebuild, An Exhibition to aid earthquake-damaged Udine, allestita presso la Grey Gallery and Study Center di New York, le opere giunsero a Roma, all’Accademia Americana, il 6 ottobre 1977 e, nell’estate dell’anno successivo, a Udine. Ancora prima che le opere travalicassero i confini italiani, il direttore del museo civico di Udine Aldo Rizzi e il sindaco Angelo Candolini si chiesero se non fosse il caso di mantenere unita la collezione, senza smembrarla. «Quella proveniente dagli USA», sosteneva Rizzi, «non è soltanto una testimonianza d’amicizia, ma un’autentica ricchezza spirituale, un patrimonio culturale che non si può non tesaurizzare anche per compensare quelle perdite. […] Sarebbe stato un peccato insomma […] lasciarci sfuggire l’occasione di creare un vero e proprio museo di un livello culturale così stimolante». Ugualmente, a Candolini sembrò un errore «disperdere una raccolta che assumeva ancor più valore nel suo contesto». Sebbene «qualcuno avrebbe potuto equivocare criticando sul fatto che Udine “approfittasse”, o che comunque pensasse all’arte americana in un momento così tragico», la controproposta udinese venne accolta dagli organizzatori e artisti statunitensi, alcuni dei quali, consapevoli che le opere non sarebbero state vendute bensì esposte al pubblico, sostituirono i lavori precedentemente donati con altri più significativi.

Condiviso il cambio di rotta, le autorità locali iniziarono a riflettere su dove esporre l’omaggio americano. Le opere rimasero così in deposito per molti mesi. Fra le varie proposte, dal momento che il Castello risultava compromesso dal terremoto, figuravano il Palamostre, sempre in centro a Udine, non ancora adibito ad uso espositivo, e la grande Villa Manin di Passariano, a venti chilometri dal capoluogo. Nella Sala Ajace del Palazzo comunale di Udine venne infine allestita, dal 20 settembre al 16 novembre 1980, l’esposizione delle opere, con il titolo Arte americana contemporanea. Definita dal sindaco un «doveroso omaggio verso i donatori e il popolo americano in genere che è stato particolarmente vicino al Friuli nelle ore drammatiche dello sconvolgimento sismico», la mostra ottenne un notevole successo di pubblico ma non aiutò a risolvere il problema del collocamento della collezione, parte della quale, solo recentemente, è stata esposta in modo permanente al secondo piano di Casa Cavazzini, Museo d’arte moderna e contemporanea di Udine.

Un’altra importante iniziativa che testimoniò la vicinanza alle comunità sinistrate fu la rassegna Friuli. Memoria, partecipazione e ricostruzione, promossa dalla città di Venezia nei mesi di agosto e settembre del 1976. Calato all’interno della cornice della Biennale, il progetto si tradusse in una serie di manifestazioni culturali, mostre e seminari finalizzati, per citare le parole del sindaco di Venezia Mario Rigo e dell’assessore alla cultura Stefano Zecchi, a «partecipare, dunque, non solo emotivamente, con la solidarietà dei primi momenti, al dramma del Friuli: partecipare per aiutarlo a rinascere». Nella Galleria Bevilacqua La Masa si tenne una mostra documentaria dal titolo Prima e dopo il terremoto, in cui vennero esposti un programma audiovisivo sulle località danneggiate, alcune opere d’arte provenienti dal Friuli e le fotografie scattate nel corso di due viaggi a Venzone, uno prima e l’altro dopo la scossa di maggio, da un gruppo di studenti della facoltà di urbanistica dell’Istituto universitario di architettura di Venezia (Iuav). «Abbiamo presentato il volto del Friuli», spiegò il pittore udinese Romano Perusini, uno dei tanti friulani coinvolto nell’iniziativa veneziana, così come il fotografo Italo Zannier, «per poi calarci nel vivo dei suoi problemi, bisogna sapere che cosa si farà di Venzone, che cosa si farà di Gemona, cosa si farà di tutto il Friuli». A corredo della mostra, l’architetto udinese Nani Valle progettò in piazza San Marco un’imponente installazione formata da una struttura in metallo tubolare, le cui intelaiature inquadravano delle gigantografie con scritte illustrative e immagini della catastrofe. A ciò si aggiunse, oltre ai vari dibattiti culturali sui problemi della ricostruzione, la rappresentazione in prima assoluta, il 13 novembre 1976 nella chiesa di San Lorenzo a Venezia, del dramma teatrale I Turcs tal Friùl di Pier Paolo Pasolini, con la collaborazione del Teatro La Fenice e del Piccolo Teatro «Città di Udine». Le musiche furono scritte appositamente da Luigi Nono, la scenografia realizzata da Luciano Ceschia.

Molte altre iniziative spontanee furono organizzate per raccogliere fondi: concerti in varie città d’Italia e manifestazioni culturali di carattere vario. Gisella Pagano incise l’LP Mandi Friûl di canzoni tradizionali friulane il cui ricavato venne devoluto a favore di alcune comunità rase al suolo.

Fra i vari esempi di solidarietà che animarono invece il contesto locale non va dimenticato l’impegno civile dell’Istituto d’arte “Giovanni Sello”, il quale, malgrado le disposizioni di chiusura delle scuole stabilite dal Provveditorato agli Studi di Udine, rimase aperto dopo il 6 maggio, diventando un punto di riferimento per tutti gli studenti le cui famiglie risiedevano nei paesi disastrati. Le diverse classi dell’istituto, su proposta del collegio docenti, vennero coinvolte in esperienze didattiche alternative e interdisciplinari, che si svilupparono su due binari. Il primo, in accordo con la Prefettura di Udine, consistette nella realizzazione di oltre 2 mila cartelli di segnaletica stradale e di emergenza da collocare nelle tendopoli. Il secondo previde, con l’appoggio del Centro di Catalogazione di Villa Manin (ora Erpac, Ente Regionale per il Patrimonio Culturale FVG), rilevazioni fotografiche del territorio da parte di squadre operative di studenti e docenti volontari, che si recarono nei comuni terremotati per documentare i danni agli edifici: le immagini scattate, circa 10 mila fotogrammi, vennero poi sviluppate e stampate su carta nei laboratori della scuola. Altri studenti furono invece impegnati, durante i mesi estivi, ad allestire un set fotografico nella chiesa di San Francesco a Udine per catalogare le opere d’arte prelevate da chiese o siti pericolanti.

Due aspetti accomunarono le iniziative culturali che sorsero a seguito del terremoto: da un lato l’impellente bisogno di porre rimedio all’emorragia di opere d’arte, spesso trafugate o irrimediabilmente distrutte; dall’altro l’importanza di sorvegliare affinché la ricostruzione tenesse conto del patrimonio architettonico, artistico e culturale del territorio. Sullo sfondo delle numerose forme di solidarietà agì il timore largamente condiviso per la dispersione del patrimonio locale.