La pianificazione territoriale e urbanistica


Quando si parla del successo della ricostruzione post-terremoto in Friuli, molti degli osservatori e praticamente tutti i protagonisti concordano sul fatto che l’urbanistica, intesa come sguardo ampio al territorio e non solo alla dimensione della città, vi svolse un ruolo fondamentale: «Il Modello Friuli è principalmente un modello urbanistico, e postula la conferma e la messa in sicurezza dell’impianto urbano preesistente e non già il suo abbandono (D. Carpenedo)».

La Provincia di Udine, prima della scossa del maggio 1976, presentava a tale riguardo alcune particolarità. In primo luogo, va ricordato il precedente, dove ce n’era stato bisogno, dei Piani particolareggiati di ricostruzione post Seconda guerra mondiale, nel cui contesto era già stata discussa l’alternativa tra vecchio e nuovo. Poi, rispetto ad altre realtà regionali, va tenuto in conto che, grazie all’apposita legge regionale che ne aveva previsto

finanziamento (legge regionale n. 12 del 14 giugno 1967), quasi tutti i Comuni che sarebbero stati investiti dall’evento disponevano di uno strumento urbanistico comunale approvato, o almeno adottato. Si trattava perlopiù solamente di Programmi di fabbricazione, che contenevano tuttavia alcuni indirizzi generali di organizzazione del territorio comunale.

Alla metà degli anni Sessanta, il periodo di più intensa discussione sulla necessità di una pianificazione territoriale in un’Italia in forte trasformazione economica e demografica, risale anche la decisione della neonata Regione a statuto speciale di dotarsi di un Piano urbanistico regionale (legge regionale n. 17 del 27 agosto 1965): la discussione su come le norme dovessero comporsi e formarsi durarono a lungo, tanto che alla vigilia del terremoto, nell’aprile 1976, il Piano Urbanistico Regionale Generale (PURG) non era stato ancora approvato. Il progetto, basato su un’ampia massa di indagini conoscitive, comprendeva comunque una serie di informazioni su servizi e distribuzione dei centri urbani sul territorio che si riveleranno utili per l’aggiornamento degli strumenti urbanistici locali.

Un passaggio fondamentale per il processo di strutturazione urbanistica del territorio si svolse nell’immediatezza della prima scossa, con la legge regionale n. 33 del 21 luglio 1976 che, disponendo il reperimento delle aree per interventi urgenti, fissò l’indirizzo generale della ricostruzione dei centri storici distrutti. In primo luogo (articolo 2) dispose di adottare la «perimetrazione – con contestuale predisposizione delle norme edilizie transitorie – dei nuclei urbani distrutti nei quali si ritenga necessario attuare la ricostruzione mediante appositi Piani particolareggiati». Fu significativo, ha osservato l’architetto Giorgio Dri, che, mentre nelle tendopoli imperversava lo slogan ‘dalle tende alle case’, a poco più di due mesi dal terremoto, invece, «il legislatore regionale abbia avuto la lucidità di capire che occorresse pensare a nuovi insediamenti abitativi per ospitare le persone rimaste senza tetto […] e di introdurre il ricorso alla pianificazione attuativa per dare ordine e logica insediativa alla ricostruzione fisica degli edifici distrutti o demoliti per effetto del sisma».

Fu, quindi, come già indicato, la legge regionale n. 63 del 23 dicembre 1977, a dettare norme più specificatamente di carattere urbanistico. I suoi contenuti furono molteplici: in pochi e snelli articoli furono trattati argomenti quali i Piani comprensoriali di ricostruzione, le procedure di revisione degli strumenti urbanistici vigenti, i Piani particolareggiati degli agglomerati urbani danneggiati o distrutti e come se ne doveva dare attuazione. Furono poi snellite le procedure per l’approvazione dei piani che furono considerati provvedimenti indifferibili e urgenti.

Di fatto, mancando un disegno complessivo territoriale, ovvero un orientamento strategico generale, ebbero via libera, per i centri edificati distrutti, i Piani particolareggiati elaborati dai Comuni che, sin da subito, assunsero come filosofia generale quella del ‘com’era, dov’era’. Redatto grazie all’aiuto di professionisti, il ridisegno locale dell’assetto urbanistico avveniva con originali meccanismi di coinvolgimento ‘dal basso’: «il Consiglio comunale», ricordò successivamente Giovanni Pietro Nimis, l’architetto artefice della ricostruzione del centro storico di Gemona, «non deliberava prima che le assemblee dei cittadini non avessero espresso sufficiente consenso». Sarebbe tuttavia sbagliato considerare i Piani particolareggiati come una sorta di congelamento antistorico di una situazione arcaica: nella dialettica della distribuzione degli spazi, in cui fu necessario conciliare esigenze collettive (viabilità, servizi pubblici) e bisogni soggettivi, vennero ridisegnate proprietà, ridiscussi diritti con implicazioni patrimoniali e famigliari di non poco conto.

La responsabilità addossata ai Comuni di farsi carico della ricostruzione ebbe insomma anche un rovescio della medaglia. Incoraggiando l’espansione edilizia a scapito delle aree agricole, «imprimerà impulso allo spreco del suolo rafforzando il frazionamento in piccoli lotti di campi, orti e poderi, e l’ambigua, schizoide, moderna passione per le villette isolate» (G.P. Nimis).

È difficile dare un giudizio complessivo e definitivo sull’efficacia di questo sistema nel quale, in assenza di regole di carattere generale, venne rovesciata la piramide gerarchica. La polverizzazione decisionale diede vita ad esperienze molto diverse, e accanto a Piani particolareggiati limitati a poche unità abitative ve ne furono altri estesi a tutto il centro urbano, con esiti urbanistici (e a cascata, architettonici) differenziati, più che lodevoli in alcuni casi, e senza alcun dubbio deficitari in altri. Il combinato di tale processo con la grande libertà lasciata ai singoli ebbe come risultato, quantomeno a proposito di Gemona, «un ‘pianificare su sé stessi’ che funzionò in modo incredibilmente efficiente dal punto di vista della quantità ricostruita [e della celerità della ricostruzione, verrebbe da aggiungere] ma avvenne senza un orizzonte comune e finì per creare un eccesso insediativo che accelerò le tendenze individualistiche di un’urbanizzazione diffusa e incontrollata (P. Valle)».

Accanto a tali strumenti legislativi, terminata la fase dell’emergenza post-terremoto, il 5 maggio 1978 venne adottato (e approvato il 15 settembre 1978) il Piano Urbanistico Regionale Generale, primo esempio in Italia di pianificazione regionale a vasta scala. Nel tempo però il suo impatto sulle dinamiche della ricostruzione si rivelò assai limitato: la preminenza della pianificazione comunale, che rimase salda per tutto il decennio della ricostruzione, rispetto allo strumento del Piano comprensoriale di scala superiore (previsto già dalla legge n. 63 del 23 dicembre 1977), ne compromise il disegno iniziale. L’argomento fu oggetto di discussione nella ‘Conferenza regionale sul territorio’ tenutasi a Udine il 5-6 giugno 1981, in occasione della quale vennero censiti i Comuni che avevano adeguato i propri piani regolatori al PURG del 1978: solamente poco più di un terzo (82 su 219) risultavano conformi. Per tutti gli anni Ottanta i Comuni procedettero alla revisione ad hoc dei piani varati nelle more della prima ricostruzione, tramite gli strumenti previsti delle modifiche puntuali o di assestamento. Solo nel 1991, con la legge regionale n. 52 del 19 novembre 1991, la pianificazione urbanistica e territoriale subì una definitiva rivisitazione e modifica.

Un giudizio complessivo sulla gestione urbanistica del terremoto del Friuli 1976 è, come in parte si è già detto, tuttora oggetto di studio e di discussione. Al pari di molti altri luoghi del Nord-Est, anche nel Friuli collinare e pedemontano si sono registrati quei fenomeni di urbanizzazione a macchia d’olio tipici delle aree economiche a forte diffusione della piccola e piccolissima impresa. Le azioni dei Comuni e gli strumenti regionali che entrarono in gioco nelle aree distrutte o semi-distrutte non furono concepiti né vennero messi in atto per porre argine a questo tipo di evoluzione del territorio, sia perché ve n’era scarsa consapevolezza sia perché una vera sensibilità su questo tema, cioè la trasformazione in termini sostanzialmente metropolitani del territorio, era poco o per nulla sviluppata. Il ‘com’era, dov’era’ comportò, dunque, anche il rischio di esporre il territorio storico friulano a quell’espansione disordinata che con ogni probabilità si sarebbe attuata in ogni caso.