Dopo
il terremoto di maggio fu immediatamente chiara la necessità di salvaguardare
il patrimonio storico-artistico danneggiato, scongiurandone ogni possibile
dispersione. A soli pochi giorni di distanza dalla prima scossa, Gian Carlo
Menis, direttore del Museo diocesano d’arte sacra di Udine, allestì nella
chiesa udinese di San Francesco, di concerto con il sindaco Candolini, un
deposito di raccolta e restauro delle opere provenienti dai principali comuni
sinistrati: la prima ad arrivare, il 14 maggio, fu la pala lignea prelevata
dalle macerie del duomo di Gemona. I beni, recuperati da squadre di volontari,
venivano fotografati dagli studenti dell’Istituto d’arte ‘G. Sello’ di Udine e
inventariati da alcuni studiosi, fra cui Luciano Perissinotto e Luciana Marioni
Bros, la quale, nel dicembre 1976, così ricordò i mesi trascorsi all’interno
della chiesa e il contributo ricevuto dalle autorità locali: «C’è stato un
sincero impegno da parte di molti, sindaci e parroci privati, a mettere in
salvo quel che si poteva». Furono raccolti circa 1.500 manufatti.
Al
fianco di quest’iniziativa, definita dall’allora ministro per i Beni culturali
Mario Pedini, giunto in visita nel mese di luglio 1976, «un contributo
importante per la ricostruzione», si attivò a maggio anche la Giunta regionale
per istituire sempre a Udine, ma in via Manzini 35, un secondo Centro di
raccolta delle opere d’arte e di salvaguardia dei beni culturali ed ambientali,
il cui coordinamento venne affidato allo stesso Menis.
Al
fine di agevolare l’organizzazione delle attività di salvataggio e trasporto
delle opere, l’area terremotata venne suddivisa in otto zone di intervento
comprendenti più comuni, ciascuna delle quali assegnata a esperti in beni
culturali, alcuni dei quali provenienti da fuori regione: la zona di Gemona
(Luigi Menegazzi), Artegna (Giuliana Ericani), Osoppo (Roberto Baldissera), San
Daniele del Friuli (Giuseppe Bergamini), Tarcento (Mirabella Roberti e Sandro
Piussi), Moggio (Pietro Marchesi e Anna Serra Nigro), Carnia (Franco Quai) e
Pordenone (Antonio Forniz e Giuseppe Maria Pilo). Altri centri di raccolta
vennero allestiti nel Seminario di viale Ungheria a Udine, nel Museo civico di
Pordenone e nei locali di palazzo Campeis a Tolmezzo. All’impegno del Museo
diocesano e della Regione si accostò, in primo luogo, l’iniziativa dei singoli
comuni, fra cui Venzone, dove Remo Cacitti costituì un comitato locale e un
deposito nella caserma degli alpini, utilizzato fino al 15 settembre; in
secondo luogo, a Roma, la creazione nel giugno 1976, con decreto del ministro
per i Beni culturali e ambientali, di un ‘Comitato paritetico per il
coordinamento degli interventi sui beni culturali della Regione Friuli Venezia
Giulia colpiti dal terremoto nel maggio 1976’ con funzioni di collegamento e
coordinamento degli interventi.
Predisposta
la macchina organizzativa per mettere in sicurezza le opere deteriorate, le
istituzioni locali iniziarono a riflettere su come intervenire per garantirne
la conservazione.
Prima
ancora che venisse allestito, agli inizi di ottobre 1976, nella chiesa di San
Francesco un laboratorio temporaneo di restauro dei manufatti lignei, donato
dalla Provincia autonoma di Trento e dallo Stato federale della Baviera,
l’amministrazione regionale intervenne per ampliare le funzioni del Centro di
catalogazione a Villa Manin di Passariano, previsto dalla legge regionale n. 27
del 21 luglio 1971; con la legge regionale n. 43 del 16 agosto 1976 se ne
modificarono i compiti, assegnandogli la redazione e l’aggiornamento del
catalogo dei beni culturali e la promozione del restauro, cosicché il 7
dicembre dello stesso anno il Centro fu finalmente istituito. Il 22 marzo 1977,
sotto la supervisione di Marioni Bros, partì il primo corso dalla durata quadriennale
con approfondimenti teorici ed esercitazioni pratiche. Un’altra decisiva legge
regionale, sempre in materia di restauro, fu la n. 60 del 18 novembre 1976,
emanata dopo le scosse di settembre per finanziare lavori di conservazione,
restauro e valorizzazione di beni mobili considerati di interesse artistico,
storico ed archeologico.
Sul
fronte dei dipinti parietali e del patrimonio immobile agì invece la
Soprintendenza, che in una prima fase si impegnò nella ricognizione delle opere
nei paesi del cratere sismico: numerosi furono gli edifici storici puntellati e
gli affreschi staccati da pareti pericolanti e collocati su pannellature
provvisorie. Superata l’emergenza e constatata la gravità dei danni, lo Stato,
con la legge n. 546 dell’8 agosto 1977, accreditò alla Soprintendenza 100
miliardi di lire per il quinquennio 1977-1981. Il contributo fu cospicuo ma i
restauri, coordinati dai soprintendenti, gli architetti Riccardo Mola prima e
Pietro Scurati poi, andarono a rilento. Nel 1976 la gestione dei beni culturali
era piuttosto carente. L’Ufficio di Udine della Soprintendenza ai beni culturali
venne istituito dopo il terremoto con personale insufficiente per gestire
l’emergenza. A cogliere il disordine di questa prima fase non fu solo il
Consiglio Pastorale Diocesano, che il 18 novembre 1978 manifestò, nel documento
La ricostruzione e la rinascita delle zone terremotate del Friuli, la
sua disapprovazione: «Gravemente carente pare la situazione anche per quanto
concerne il tema dei beni culturali. Lo straordinario finanziamento di 100
miliardi […] rischia di dissolversi in una disordinata pioggia di interventi
scoordinati, cui manca ogni piano organico di riferimento alla realtà delle
zone terremotate». Cacitti lo aveva fatto a Venzone fin dalle primissime ore
dopo il sisma, molto prima di dare alle stampe, nel 1980, assieme a un gruppo
di intellettuali impegnati a livello nazionale, Le pietre dello scandalo,
il libro bianco sulla politica dei beni culturali nel Friuli del terremoto.
Per
un cambio di rotta si dovette attendere il 1° gennaio 1981, quando Gino Pavan
assunse la guida della Soprintendenza. Cruciale fu il suo impegno per il
recupero del patrimonio culturale, tanto da essere ricordato come uno dei
principali artefici della ‘ricostruzione artistica’ della Regione. Al termine
del suo mandato, nel gennaio 1986, risultavano 670 beni artistici restaurati e
301 architetture recuperate.
La
Soprintendenza seguì centinaia di lavori di restauro in tutta la zona
terremotata. Tra gli interventi più complessi figurano i restauri del castello
di Udine, del duomo di Gemona, restituito al culto nel gennaio 1986, delle mura
e la ricomposizione del duomo di Venzone che il 3 agosto 1995 riaprì le porte
ai fedeli. I restauratori della Soprintendenza recuperarono anche molti cicli
di affreschi, come la decorazione quattrocentesca nella chiesetta di Santo
Stefano ad Artegna, magistrale esempio di stacco e ricollocamento in situ.
Da
questi interventi rimanevano esclusi tutti gli edifici non considerati «di
interesse artistico o storico» ai sensi della legge nazionale n. 1089 del 1°
giugno 1939. Un cambio di passo, nella prospettiva di una rivalutazione di
questa parte del patrimonio culturale friulano, si verificò con la legge
regionale n. 30 del 20 giugno 1977, il cui articolo 8 riconosceva in alcune
architetture locali la presenza di «valori ambientali, storici, culturali ed
etnici» tali da giustificarne il restauro. Al Servizio regionale dei beni
ambientali e culturali spettava, su segnalazione dei comuni interessati, la
redazione di un elenco, mediante schedatura e catalogazione, «degli edifici
anche non ad uso abitativo danneggiati dagli eventi sismici e rappresentativi
dei valori suindicati», che poi veniva valutato e approvato dalla Giunta
regionale. In questo modo vennero recuperati e tutelati in Friuli, al pari dei
beni culturali in senso stretto, oltre 1.500 esempi di architettura rurale e
spontanea che furono restaurati o riedificati.
Accompagnava
la salvaguardia del patrimonio il timore dell’allontanamento delle opere dal
loro contesto di riferimento: era vitale che, una volta restaurati, i beni
tornassero nei luoghi da cui erano stati prelevati, ove ciò era possibile. Si
fece interprete della questione l’attuale direttore del Museo diocesano,
Giuseppe Bergamini, secondo cui «le opere della nostra terra […] avevano un
senso, avevano una loro validità proprio perché si trovavano inserite in un
contesto che continuava a parlare alla nostra gente». Divenne indispensabile,
quindi, non solo rifare le singole case, le singole chiese, restaurare le
singole opere, ma «ricreare l’ambiente – un ambiente umano, un ambiente
friulano – per il quale tutto ciò era stato creato». La maggior parte delle
opere venne così ricollocata nei luoghi d’origine, mentre quelle più fragili, o
provenienti da edifici completamente crollati, trovarono alloggio nel Museo
diocesano di Udine.
In
questo contesto non mancò la sensibilizzazione delle comunità terremotate
affinché non risultasse ‘marginale’, fra case crollate e feriti, pensare ai
monumenti e alle opere d’arte. A tal fine si tennero in Friuli mostre,
dibattiti e conferenze. Fra queste il ‘Convegno sui problemi della
ricostruzione del patrimonio storico-artistico del Friuli e sul recupero dei
centri storici’, svolto a Cividale del Friuli il 21 novembre 1976, e un ciclo
di conferenze a Trieste, nel 1977, dal titolo ‘Friuli 6 maggio 1976’, in cui
Menis, nell’ottica di una ricostruzione capace di mettere al centro la gente
friulana, sottolineò che il «più urgente restauro doveva essere quello della
comunità stessa; bisogna cioè ricostruire il tessuto umano nelle zone
devastate». A ciò si aggiunsero varie esposizioni a carattere
storico-artistico. Prima fra tutte ‘Capolavori d’arte in Friuli. Una cultura da
salvare’, curata da Aldo Rizzi, direttore dei Musei Civici di Udine, e
allestita a Villa Manin dal 5 settembre al 31 dicembre 1976, a cui farà seguito
nel maggio 1977 ‘Friaul lebt - 2000 Jahre Kultur im Herzen Europas (Friuli vive
- 2000 anni di civiltà nel cuore dell’Europa)’, una rassegna itinerante, ideata
dagli arcivescovi di Vienna e di Udine, che attraversò per un anno varie località
austriache con il duplice obiettivo di raccogliere fondi per il ripristino dei
monumenti sacri e testimoniare i legami artistici tra Austria e Friuli.
Un’altra
importante mostra, che fu proposta in oltre venti città che ospitavano comunità
di friulani all’estero, in Europa e in America, fu ‘Civiltà friulana di ieri e
di oggi’, inaugurata il 10 maggio 1980 a Villa Manin. Sempre a Passariano si
tennero, rispettivamente nel 1983 e nel 1986, la ‘Mostra della scultura lignea
in Friuli’, incentrata su uno dei beni maggiormente colpiti dal sisma, e
‘Friuli ricostruzione 1976-1986’, organizzata dalla Segreteria Generale
Straordinaria di concerto con la Regione, che offrì una sintesi di tutti quegli
interventi che nell’arco di dieci anni contribuirono fattivamente alla
rinascita del Friuli.
L’idea
di fondo, che si materializzò nella salvaguardia e il recupero del patrimonio
storico-artistico e architettonico del Friuli, fu, come scrisse Remo Cacitti,
che «nessun popolo può sopravvivere a lungo senza la permanenza della memoria
del proprio passato».