Il senso di comunità


La popolazione accettò con disciplina e senso del dovere l’esodo del settembre 1976 verso le località turistiche e le dure condizioni di vita nei villaggi provvisori: le reazioni di protesta furono poche e limitate a specifiche situazioni di difficoltà. La diaspora tanto temuta non si realizzò; solo pochi, in percentuale, presero le vie tradizionali dell’emigrazione e tutti, o quasi, avrebbero fatto ritorno ai luoghi d’origine, sia pure per occupare i poco confortevoli prefabbricati. L’“esilio” era durato circa sei mesi.

Nella primavera del 1977 erano in costruzione, e in parte erano già terminati, circa 400 villaggi con 25 mila alloggi prefabbricati da circa 35 mq, in grado di ospitare tre o quattro persone l’uno.  Dalla Jugoslavia arrivarono in vari paesi, ad esempio a Dogna, le casette prefabbricate della ditta Krivaja, in due tipologie da 36 e 53 mq, che vennero montate dagli operai della ditta e che saranno molto apprezzate. Alla chiusura della ricostruzione alcuni villaggi prefabbricati non vennero smantellati ma furono destinati ad uso turistico o abitativo.

Le roulotte che erano servite alla prima emergenza vennero riconsegnate, quasi sempre in ottime condizioni, ai proprietari, non di rado con uno speciale ringraziamento da parte delle persone che le avevano utilizzate per circa un anno: un piccolo mazzo di fiori freschi. Dieci anni più tardi, a ricostruzione conclusa, anche gli insediamenti provvisori sarebbero stati smantellati dalla Regione, che liberò e bonificò le aree occupate e pagò l’indennizzo ai proprietari dei terreni.

Nei 60 “Centri delle comunità” ubicati in tutte le principali località colpite vennero collocati dei prefabbricati con una sala, due stanze e un magazzino. Erano strutture polivalenti dove i bambini si potevano ritrovare per studiare e gli adulti potevano ricevere assistenza, discutere, partecipare ad eventi collettivi o solo stare in compagnia. Si diede una sede provvisoria anche agli uffici comunali e, dove mancavano, si attrezzarono delle aule per l’attività scolastica.

Nei primi insediamenti provvisori, già nei primi giorni del maggio ‘76, avevano preso vita i Comitati delle tendopoli che trovarono forme di collegamento con la solidarietà del volontariato, delle donazioni private, dei soccorsi istituzionali. Il Centro operativo di Majano - modello sul quale, secondo Zamberletti si sarebbe organizzata la Protezione civile italiana fondata agli inizi degli anni Ottanta - fu sostenuto da volontari che distribuirono a tutta la popolazione terremotata i beni di prima necessità, confluiti in pochi giorni nei magazzini del Comune.

La solidarietà che si manifestò durante l’estate-autunno del 1976 e l’inverno seguente (nel periodo dell’emergenza e dell’esodo) nelle tendopoli occupate dai terremotati, fu il collante che diede vita a un “movimento di base”: prese forma un vero e proprio laboratorio sociale che anticipò forme di partecipazione popolare che si sarebbero concretizzate molto dopo. Nacquero i Comitati spontanei delle tendopoli, il Comitato di coordinamento delle tendopoli (attivi anche nei luoghi dell’esodo), e il Comitato di coordinamento dei paesi terremotati, organismi che trovarono voce ed espressione nel «Bollettino delle tendopoli» e nel «Bollettino del Comitato di coordinamento», distribuiti quotidianamente nei villaggi, tra i terremotati, che si affiancarono ai bollettini delle parrocchie. (link con almeno 1 immagine del bollettino relativo alla campagna elettorale del giugno 1976).

Manifesti, ciclostilati, volantini, verbali di riunioni, tutto quello che in quel convulso periodo venne prodotto fu raccolto in quei mesi raccolti da un ferroviere, Francesco Gubiani, ed è ora conservato presso la Civica Biblioteca Glemonense “Don Valentino Baldissera” di Gemona. Molte testimonianze orali e scritte sono invece state raccolte e pubblicate dal fotografo Igor Londero.

La int(gente) in quei mesi si rese vera protagonista, e nell’impegno quotidiano le comunità negli insediamenti provvisori ebbero modo di ricompattarsi. Questa importante esperienza di aggregazione sociale fu certo agevolata dalla scelta di costruire le tendopoli in aree vicine alle case e ai paesi distrutti, garantendo così continuità con quel legame fisico, visivo, percettivo e sociale che le persone sopravvissute volevano mantenere con i contesti del proprio vissuto, con la borgata e il piccolo paese, rielaborando così la forza e la qualità di “microcosmi antichi” presenti in queste terre: la intsuperò l’esperienza drammatica del terremoto creando qualcosa che diede vita a una piccola ma significativa ‘estate’ di democrazia partecipativa.

Centrale per la vita delle comunità fu il ruolo svolto dalla Chiesa friulana, guidata dal vescovo Alfredo Battisti: i predis furlans(preti friulani) delle chiese e delle parrocchie si confermarono uno pilastro della vita comunitaria ed ebbero ne «La vita cattolica», il giornale della diocesi, diretto da don Duilio Corgnali, il proprio organo di coordinamento.. In mezzo alla difficoltà, dopo il cordoglio per le tante vittime, le attività parrocchiali ripresero, i parroci si divisero fra coloro che erano rimasti sul posto e coloro che se n’erano dovuti andare, la vita pastorale continuò a scandire, com’era tradizione, il ritmo della vita nei paesi. Le molte suore, nelle tendopoli o nelle località dove i terremotati passarono l’inverno, svolsero un lavoro impagabile. Nacquero gruppi di volontari per supportare i Comitati comunali per l’assistenza e la ricostruzione.

Era una Chiesa in forte trasformazione, quella friulana, che rivendicava in ogni occasione il suo legame stretto con la terra e la gente, avanzando ad esempio la richiesta di poter celebrare la messa in lingua friulana. Qualche anno prima, nel 1968, la Mozione dei 529 parroci aveva denunciato, con un documento che aveva fatto molto discutere, la piaga ancora viva dell’emigrazione e il danno provocato al territorio dalle servitù militari. Fu la Glesie furlane(Chiesa friulana), quindi il clero più vicino alla gente, a lanciare il motto che avrebbe indicato la strada della ricostruzione: «prima le case e poi le chiese».

L’immagine di un Friuli immobile, di una società bloccata nella tradizione e nella conservazione è, dunque, quanto di più distante dalla realtà ci potesse essere. Come il resto d’Italia, anche la società friulana era attraversata, già prima del maggio 1976, dalle tensioni di una modernizzazione che, anche se con qualche anno di ritardo rispetto ad altre aree del Paese, procedeva ormai, alla metà degli anni Settanta, a ritmi sostenuti. Tra gli elementi già in movimento vi erano un nuovo ruolo della donna nel mondo del lavoro, la disgregazione del modello di relazioni della vecchia famiglia contadina, la crescente scolarizzazione delle generazioni più giovani. Nelle comunità degli “insediamenti provvisori”, nella reazione della Regione alla tragedia, nelle trasformazioni che si prefiguravano con la ricostruzione, vecchio e nuovo si mescolavano, come nel resto d’Italia.

Un’altra componente che animò la vita delle comunità fu il gruppo sociale dei giovani friulani impegnati negli studi universitari a Trieste, Padova, Venezia, Bologna, Firenze, Milano. Era la prima generazione approdata all’università di massa, che aveva vissuto le manifestazioni, le grandi proteste del mondo universitario italiano dopo il ’68 e il ’69. Il loro impegno si aggiunse a quello dei volontari di Comunione e Liberazione, di Lotta Continua o di Democrazia Proletaria, degli scout, dei ‘cani sciolti’ o dei già ricordati alpini in congedo: tutte queste diverse anime si saldarono tra loro con i dibattiti e le discussioni, le prediche in chiesa, i fogli ciclostilati, i momenti di aggregazione sociale dei doposcuola, delle osterie rinate in tende e baracche, delle occasioni d’incontro nei luoghi nuovi di vita in comune quali il lavatoio, la fontana, la mensa, il dormitorio, il centro sociale, il negozio, il percorso in pullman per il viaggio quotidiano verso il posto di lavoro.

Questi giovani portarono dentro le tendopoli stimoli nuovi, una visione aperta dell’Italia, spesso anche una forte critica verso la politica “alta”, quella dei partiti e di Roma. Assieme ai sempre più numerosi studenti delle scuole superiori della provincia, questi figli del baby boom contribuirono con forza a trasformare la vita delle tendopoli in un’esperienza di comunità che avrebbe segnato individualmente e collettivamente la memoria del terremoto.

La stessa volontà popolare di dare vita ad una Università pubblica con sede in Friuli fu espressione diretta di quell’impegno e delle tante firme raccolte tra le tende dei terremotati. Nonostante i lutti, i disagi e l’esodo, dagli stessi terremotati venne la richiesta di riprendere l’impegno per creare l’Università, iniziato da un paio d’anni. Alla data del 10 luglio, anche tra le tendopoli vennero raccolte complessivamente 125 mila firme e così, l’11 agosto 1976, venne presentata alla Camera dei deputati la proposta di legge d’iniziativa popolare per l’istituzione dell’Università statale del Friuli. Fu tuttavia solo con la legge sulla “Ricostruzione”, che venne istituita, a decorrere dall’anno accademico 1977-1978, l’Università statale di Udine. Il nuovo ateneo contribuì al progresso civile, sociale e alla rinascita economica del Friuli, diventando un organico strumento di sviluppo e rinnovamento di filoni originali della cultura, della lingua, delle tradizioni e della storia del Friuli.

Il 30 aprile 1977 si dichiarò chiusa l’emergenza e fu allora necessario dare ai friulani un tetto, anche se non ancora quello della casa riscostruita: il paesaggio insediativo segnava circa venti diversi modelli di prefabbricati, allestiti accanto a vagoni ferroviari, a box di lamiera, alle roulotte o alle baracche costruite in proprio.

Mentre ancora si stavano montando i prefabbricati, la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia varò la legge 30 del 20 giugno 1977, introducendo Nuove procedure per il recupero statico e funzionale degli edifici colpiti dagli eventi tellurici, approvata dal Parlamento (legge 546 dell’8 agosto 1977); con la successiva L.R. 63 (approvata il 23 dicembre 1977) la dettò le linee generali della nuova fase post-terremoto, avviandone gli interventi.La ricostruzione, era ormai chiaro a tutti, non poteva né doveva essere improvvisata.