Il sisma colpì un’area di circa 5.500 km2
della media valle del fiume Tagliamento e distrusse 137 Comuni, soprattutto
delle Province di Udine e Pordenone, interessando una popolazione complessiva
di circa 500 mila abitanti.
La notte del 6 maggio i soccorritori si
trovarono di fronte a un paesaggio irriconoscibile fatto di case crollate,
morti e feriti. Le prime colonne di soccorsi partirono immediatamente: due ore
dopo la scossa i militari avevano già raggiunto le prime località. Centinaia di
giovani da tutta la regione si precipitarono con ogni mezzo, anche a piedi se
le strade erano interrotte, nei luoghi colpiti. Si formarono sul posto squadre
coordinate dai sindaci e composte dai Vigili del fuoco, dall’Esercito, dagli
alpini. Subito bisognò individuare e assistere i feriti, poi furono prioritari
gli interventi di messa in sicurezza delle case e lo sgombero delle strade. I
primi soccorsi furono rapidi, ma inevitabilmente non organizzati, anche perché
tutte le linee elettriche e telefoniche erano state messe fuori uso. Solo
durante la notte, grazie all’aiuto dei radioamatori, ci si rese conto di quale
fossero l’entità del danno e il grado di distruzione provocato dal sisma.
Il 7 maggio arrivò a Udine Giuseppe
Zamberletti, nominato Commissario straordinario dall’allora presidente del
Consiglio dei ministri Aldo Moro, come prevedeva la legge n. 996 dell’8
dicembre 1970. Da subito il Governo regionale e i sindaci dei Comuni danneggiati lavorarono a stretto contatto
con il Commissario: il primo coordinamento dei soccorsi venne affidato ai
Vigili del fuoco, già coinvolti dal 1970 nella pianificazione dei soccorsi e
dell’assistenza verso popolazioni colpite da calamità. Si occuparono di
smistare le varie squadre, della prima distribuzione di viveri, strumenti di
cura, materiale di conforto, seguendo le tabelle e le mappe affisse in
Prefettura a Udine che indicavano i Comuni danneggiati e il fabbisogno di
medici, ambulanze, farmaci, tende, generi alimentari e indumenti. Si trattò di
garantire fin da subito oltre 70 mila pasti al giorno.
Si mossero immediatamente anche la Croce
Rossa Italiana (CRI) e la Croce Verde di Torino. Già nella notte tra il 6 e il
7 maggio il direttore generale della CRI giunse a Udine, attivò immediatamente
i comitati e i sottocomitati dell’associazione, avviò una raccolta fondi e
allertò i Centri di mobilitazione dei Corpi militari e delle infermiere
volontarie. Da Milano, Venezia, Roma, Bergamo e Torino partirono autoambulanze,
camion frigorifero e altri carichi di tende, coperte, lettini da campo.
Partirono anche 30 roulotte grandi attrezzate per il trasporto di plasma e
medicinali, con particolare attenzione all’insulina, ai sieri e ai vaccini. Nei
tre giorni successivi al sisma i sanitari della CRI vaccinarono circa 90 mila
persone e, in base a una convenzione stipulata con la Regione, gestirono la
distribuzione e la consegna dei materiali di prima necessità nei comuni più
colpiti. In tutta Italia la CRI allestì depositi di viveri a lunga
conservazione, pronti per essere distribuiti. Le salme furono tumulate per
evitare epidemie e il personale della Croce Rossa, in collaborazione con il ministero
dell’Interno, eseguì la schedatura dei morti, dei dispersi e dei feriti.
Nei giorni successivi alla scossa giunsero
anche dalle altre regioni medici e personale specializzato: fu subito garantita
alle comunità una prima assistenza sanitaria. Quasi mille Vigili del fuoco si
alternarono sul territorio, con al loro fianco migliaia di giovani volontari,
di cui circa 7 mila scout. Gli ufficiali del Corpo nazionale dei Vigili del
fuoco, con centinaia di mezzi, verificarono la tenuta e la possibile messa in
sicurezza delle strutture danneggiate dalle scosse. Nonostante l’elevata sismicità
della regione fosse nota, molti dei Comuni danneggiati, tra cui Buja, Gemona ed
Osoppo, non erano mai stati classificati come sismici. Ci si rese subito conto
che oltre ai danni provocati al patrimonio edilizio abitativo, quello al
tessuto industriale rischiava di mettere in ginocchio il territorio: oltre 15
mila lavoratori avrebbero perso il proprio posto di lavoro in fabbrica
Così Zamberletti avrebbe ricordato le
difficoltà della prima ora: «Pur avendo nelle Prefetture, e in particolare in
quella di Udine, un naturale punto di riferimento, la carenza o l’imprecisione
delle informazioni sulla reale dimensione dell’evento e la sua estensione
territoriale, fu alla base delle difficoltà e della confusione della prima ora.
Grazie alla presenza in zona (per tutt’altre ragioni) di consistenti
contingenti delle Forze armate, non si ebbe tanto un problema di rapido
afflusso di strutture operative, quanto di incertezza iniziale sulle direzioni
da far prendere alle colonne di aiuti che arrivavano e sui criteri da assumere
per la loro distribuzione. […] Dal momento in cui mi insediai presso la
Prefettura di Udine, dovetti quindi immaginare immediatamente lo scenario
operativo che si rendeva necessario per riorganizzare il caos iniziale […]».
In meno di un mese furono allestite 252
tendopoli, poi ridotte a 184, per un totale di 17 mila tende con relativi
servizi igienici, luce elettrica e rifornimento idrico. A queste si aggiunseun migliaio di nuclei minori sparsi sul
territorio: complessivamente vennero creati oltre 116 mila posti letto. Nella
prima fase prevalse la scelta di allestire tendopoli, piuttosto che procedere a
un esodo immediato, e non solo per la volontà generale di restare in zona e non
incentivare lo spopolamento dei paesi, ma anche per l’assenza, in quel momento,
di dati reali sulla ricettività delle zone costiere. Con il passare dei giorni
e con il susseguirsi delle scosse di assestamento ci si rese conto, tuttavia,
che per la creazione delle tendopoli era necessario scegliere aree sicure,
lontane da strutture edilizie danneggiate. Furono demoliti oltre 2 mila edifici
pericolanti compresi, con gli esplosivi, alcuni grandi manufatti; fu effettuato
lo smassamento di quello che restava delle case, dei fienili, delle stalle,
furono sgomberate dai detriti le vie dei centri storici, rimesse in funzione
reti fognarie, elettriche e idriche.
I numeri di questa prima fase di
intervento parlano da soli: furono ripristinati 314 km di viabilità,
ricostruiti 8 ponti, rimossi oltre 1 milione 800 mila m3 di macerie
e 540 di frane. L’intervento coinvolse oltre 14 mila soldati, furono distribuite
64 tonnellate di medicinali, vennero utilizzati oltre 2.600 automezzi, 216
cucine da campo, 60 serbatoi d’acqua e altrettante ambulanze, 430 autobotti,
decine di bagni completi da campo; 64 elicotteri furono impiegati affinché
interi agglomerati urbani non rimanessero isolati soprattutto nell’alta Carnia.
Essenziale fu il contributo e il supporto
delle Forze armate straniere: svizzeri, tedeschi, austriaci, francesi,
americani e canadesi, di cui va ricordato il capitano pilota Ronald Mc Bride
che durante un’operazione di soccorso precipitò con l’elicottero nella valle
del torrente Leale nel Comune di Trasaghis. L’Aeronautica militare assicurò un
ponte aereo, mentre la Marina militare inviò alcuni elicotteri da La Spezia e
da Ancona; da Taranto partì la nave ‘Grado’ diretta a Trieste. La Marina, già
dalla notte del 6 maggio, mobilitò la colonna mobile del Gruppo Operativo
Incursori (GOI) e l’Ospedale Militare Marittimo ‘Bruno Falcomatà’ di La Spezia
mise a disposizione il suo ospedale da campo che venne allestito a Buja
e si rivelò fondamentale per garantire assistenza ai feriti. Altrettanto
fondamentali si rivelarono le cucine mobili del GOI, i cui cuochi preparavano
1.200 pasti al giorno per i ricoverati e per tutti coloro che non avevano la
possibilità di provvedere per sé e per le proprie famiglie.
Verso la fine di giugno si cominciò a
registrare una certa ripresa dell’attività economica e industriale: molti
stabilimenti ricominciarono le loro attività anche grazie al fatto che la
Regione intervenne nei settori produttivi, nell’edilizia pubblica e scolastica,
nella promozione del settore agricolo e zootecnico e persino nella
valorizzazione turistica del Friuli. I problemi sanitari erano ormai sotto
controllo, i servizi, la viabilità stradale, le comunicazioni telefoniche,
telegrafiche e postali erano state ripristinate così come la distribuzione di
acqua potabile e di energia elettrica.
Nell’estate la
situazione appariva così stabilizzata, la macchina del soccorso e
dell’assistenza rodata, collegata ai Centri Operativi di Settore (COS) e ai
centri operativi delle diverse forze. La primissima fase dell’impatto con il
sisma e con i suoi effetti sulla popolazione e sul territorio terminò il 25
luglio, quando il Commissario straordinario lasciò il Friuli; lo sforzo era
stato enorme e non era costato poche vite umane anche tra i soccorritori civili
e militari e i lavoratori che avevano operato nella fase critica. Il secondo
periodo che seguì fu invece segnato dall’assistenza agli sfollati nelle tende e
nelle roulotte e dall’avvio della riparazione degli edifici.