Il Friuli ringrazia e non dimentica

La solidarietà nei confronti del Friuli fu immediata, soccorsi e aiuti economici arrivarono da tutto il mondo. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio la Croce Rossa Italiana, assieme alla spedizione delle colonne di soccorso, iniziò a raccogliere fondi da inviare nelle zone terremotate.

Autorità italiane ed estere si recarono nelle zone terremotate, e non portarono solo solidarietà ma anche aiuti tangibili. Tra questi, il 13 maggio il vicepresidente degli Stati Uniti Nelson Rockefeller III, a Osoppo, assicurò il supporto degli USA e dell’allora presidente Jimmy Carter. In tempi brevi il Congresso stanziò 25 milioni di dollari, circa 21 miliardi di lire, a cui l’anno seguente ne sarebbero seguiti altrettanti, erogati dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (AID, U.S. Agency for International Development) e destinati alla costruzione di scuole e case di riposo per gli anziani. Il 22 maggio pure il presidente della Commissione europea, François-Xavier Ortoli, formulò un piano di interventi che venne approvato due mesi dopo dal Parlamento europeo.

Complessivamente, nel primo anno dal sisma, arrivarono dall’estero circa 100 miliardi di lire, compresi i materiali e i macchinari utilizzati negli interventi dai corpi militari stranieri, lasciati poi sul luogo. Si distinsero in questa corsa alla solidarietà i Paesi vicini. Il governo austriaco raddoppiò la somma raccolta dai privati, portandola a 5 miliardi di lire. Il governo di Belgrado stanziò 2 miliardi e 800 milioni di lire per l’invio di case prefabbricate e roulotte, a cui si aggiunsero 700 milioni di donazioni private. Aiuti generosi vennero dalla Germania occidentale e dalla Svizzera, dove lavoravano molti friulani emigrati, ma anche dalla Norvegia, il cui governo donò più di 250 case prefabbricate, la maggior parte delle quali fu destinata ad Alesso, per un importo di 630 milioni di lire. Dall’Arabia Saudita arrivarono ben 5 milioni di dollari (quasi 4 miliardi e mezzo di lire): tra i paesi extraeuropei, per generosità fu seconda solo agli Stati Uniti.

Da Canada e Australia le donazioni giunsero soprattutto da parte dei privati. In Canada quasi tutti gli aiuti fecero capo al National Congress of Italian Canadian Foundation, che riuscì a raccogliere la cifra di 4 milioni di dollari: è con questi fondi che saranno costruite la Borgata Canada a Forgaria e due case per anziani a Taipana e Bordano. In Australia il governo stanziò 250 milioni di lire e li destinò alla costruzione di asili d’infanzia mentre l’Australian Committee for Italian Earthquake Fund raccolse 950 milioni di lire. La macchina internazionale degli aiuti poteva contare sul supporto delle locali associazioni legate al Friuli: i Fogolârs Furlans e le Famee Furlane.

La Croce rossa e la Caritas furono tra le organizzazioni transnazionali più attive nei soccorsi prima e nella solidarietà. La Croce Rossa austriaca realizzò asili a Trasaghis nella frazione di Avasinis, a Tarcento e in località Terzo di Tolmezzo; quella svizzera costruì appartamenti antisismici sempre ad Avasinis e prefabbricati a Taipana e nella sua frazione di Prossenicco, dove giunsero anche le strutture provvisorie, tra cui una scuola elementare, dalla Baviera. La Croce Rossa tedesca allestì invece un ospedale prefabbricato a Tolmezzo. Materiali arrivarono da Bulgaria, Danimarca, Finlandia, Svezia, Francia, Regno Unito, Germania est e Svizzera.

Contributi in denaro e aiuti arrivarono dalle Caritas tedesca, austriaca e svizzera per la realizzazione con proprie maestranze di un vasto piano di case prefabbricate, scuole, asili, alloggi per anziani e la riparazione di edifici lesionati.

Nell’immane e inedito sforzo di solidarietà, a partire dalla fase dell’emergenza, in prima linea, ci furono la Chiesa friulana e la Conferenza episcopale italiana. Il 7 maggio il cardinale Antonio Poma, con un messaggio indirizzato a monsignor Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine, assicurava l’impegno dei vescovi italiani per garantire «le necessità più urgenti» della popolazione. Venne data vita a una fitta maglia di gemellaggi che univano i singoli paesi colpiti a singole diocesi italiane che si erano rese disponibili. L’appello fu accolto da 50 realtà. Il periodico «La Vita Cattolica», nell’edizione del 16 luglio 1976, annunciava i primi gemellaggi tra Gemona e la diocesi di Torino, tra San Daniele e quella di Genova; altri rapporti furono stabiliti nelle settimane seguenti. Le visite dei prelati che portavano il frutto della vicinanza delle loro diocesi si susseguirono nei mesi seguenti: attraverso questa rete di relazioni fu possibile offrire case provvisorie e strutture temporanee per offrire una prima risposta ai senzatetto.

Anche l’Ente nazionale lavoratori rimpatriati e profughi si attivò immediatamente nella raccolta e nella gestione di fondi destinati alla creazione di centri per anziani e giovani, in particolare a Sequals, Moggio, Tarcento.

Allo stesso modo, l’Ente Friuli nel mondo, organizzazione che dal 1953 promuove i collegamenti fra i friulani residenti in Italia e all’estero, si mobilitò subito, coinvolgendo milioni di friulani, e i loro discendenti, in tutti i continenti: raccolse fondi per la prima emergenza, organizzò viaggi per consentire ai terremotati di raggiungere i parenti lontani e facilitò i contatti tra le comunità friulane d’origine e la rete dei fogolârs furlans in Italia e al di fuori.

La rivista dell’associazione, «Friuli nel mondo», lanciò in agosto un “Fondo di solidarietà per i terremotati”, e subito cominciò a dar conto delle donazioni, soprattutto di quelle estere. Si viene così a sapere che il fogolâr di Faulquemont (Francia) contribuì con 250 mila lire, quello di Saarbrückner, dove vivevano molti friulani emigrati da Gemona, Artegna, Tarcento e Majano, con 6.400 marchi, devoluti alle comunità di Buja e di Susans di Majano.

A Thionville e a Saarbrückner (Germania) furono accolti nelle colonie estive riservate ai soci dei fogolârs i figli dei terremotati di Moggio Udinese, Resia e Resiutta. Da Grenoble, con il supporto della Croce Rossa, giunsero in diversi ospedali sacche di sangue e di plasma, e un mezzo per effettuare prelievi e trasfusioni. Nella città francese, grazie a due radioamatori, fu anche attivo un ponte radio che tenne aggiornati i friulani emigrati sullo stato di salute dei loro familiari. Il fogolâr di Colonia offrì un servizio telefonico d’emergenza attivo 24 ore al giorno attraverso il quale raccolse in un solo mese circa 15 mila marchi, a cui si sommarono 35 mila marchi donati dalla Ford e altri 50 mila dell’Unione dei gelatai. In Lussemburgo, in Belgio, in Danimarca, in tutta Europa dove c’era un’associazione di friulani, o anche semplici gruppi spontanei di emigranti e loro discendenti, si organizzarono raccolte di fondi. Il Friuli del terremoto ricevette aiuti in denaro dalla Famèe furlane di Oakville (Canada), dal Fogolâr di Toronto, dalla Federazione delle società friulane di Argentina, dal circolo friulano di Avellaneda, dall’Unione friulana Castelmonte (Villa Bosch), dalla società friulana di Buenos Aires, dal Fogolârdi Olavarria, dal Centro friulano di Mendoza e da molti altri posti.

Non si contano le tonnellate di vestiti, di generi di prima necessità, di medicinali che arrivarono nei giorni della prima emergenza, e in seguito. Un elenco completo delle donazioni non è mai stato fatto, ed è ormai praticamente impossibile da ricostruire.

Impossibile è, soprattutto, dar conto di quelli che furono gli innumerevoli contributi dei privati, in particolare quelli personali, riservati. La maggior parte delle somme raccolte furono il frutto di collette pubbliche organizzate dai quotidiani nazionali e internazionali, spesso trainate da una somma iniziale messa a disposizione della testata, come i 350 mila marchi raccolti dal quotidiano bavarese «Münchener Merkur» per la costruzione di prefabbricati installati poi dalla Croce Rossa bavarese, oppure le case realizzate a Lusevera con i fondi dei suoi lettori devoluti dal «Corriere della Sera». Nacquero comitati appositi: tra le collette spontanee quella tra i diplomatici accreditati presso la Santa Sede concorse per circa un milione di lire.

La prima sottoscrizione pubblica a favore dei terremotati fu probabilmente quella che partì nella sede del Fogolâr di Milano, presieduto dal geologo ed esploratore friulano Ardito Desio (già capospedizione della prima salita del K2), il mattino del 7 maggio. Due giorni dopo il fondatore e direttore de «il Giornale nuovo», Indro Montanelli, con un editoriale intitolato Quando suona la campana, lanciò la proposta di una raccolta fondi tra quotidiani italiani e stranieri, alla quale aderirono tra gli altri «Le Figaro» di Parigi e Tele Montecarlo. La sottoscrizione fu chiusa il 2 giugno e in meno di un mese raccolse 2 miliardi e 700 milioni di lire. Quando si trattò di scegliere come impiegarli, memore di quanto sentito da alcuni donatori che all’atto di versare il loro tributo avevano chiesto che non andasse al governo, Montanelli decise che il ricavato sarebbe stato consegnato direttamente «a chi ne ha bisogno». La somma fu destinata alla costruzione di abitazioni in tre località, scelte da Ardito Desio e dal giornalista Egisto Corradi: Montenars, Sedilis di Tarcento e Vito d’Asio. Quest’ultimo comune, in segno di riconoscimento, intitolò nelle frazioni di Anduins e Pielungo una via alle Case Montanelli, progettate da un gruppo di tecnici milanesi.

A Flaipano di Montenars, una frazione quasi completamente distrutta, i Claps Furlàns (clap in friulano vuol dire pietra), un gruppo di friulani che vivevano in Lombardia assieme a degli studenti dell’istituto superiore Zaccaria di Milano, che erano rimasti sbigottiti dal dramma del terremoto in Friuli, costruirono nove case per un totale di 22 alloggi, consegnati ai sessantacinque terremotati di Montenars, in prevalenza persone anziane, il 30 ottobre 1977.