Il terremoto del Friuli del maggio 1976 fu
il primo evento sismico trasmesso in diretta televisiva: le immagini del dolore
e della distruzione entrarono nelle case italiane con una forza prima inimmaginabile.
I giornali mandarono sul posto i migliori inviati, i media di tutto il mondo
rilanciarono la notizia, che raggiunse gli emigrati friulani e i loro
discendenti sparsi in tutti i continenti.
L’ondata emotiva che ne risultò fu senza
paragoni. Dopo l’alluvione di Firenze, l’Italia del boom economico si confermò
un Paese di volontari: migliaia di uomini e donne arrivarono in Friuli,
dapprima, a
scavare oppure a tirar su una tenda, poi a costruire un prefabbricato, quindi
anche semplicemente a dare una mano.
Sin dai primi giorni si mise in moto anche
la macchina della solidarietà, che si allargò progressivamente dall’Italia
all’Europa, e oltre. Nelle zone colpite arrivarono nelle prime settimane,
attraverso vari canali, generi di necessità, farmaci e medicinali, vestiti,
tende, roulotte e caravan e quindi aiuti in denaro. Si mossero i Paesi vicini,
Austria e Jugoslavia innanzitutto, l’Unione Europea (che aveva allora nove
membri), gli Stati Uniti che mandarono subito in visita il vicepresidente,
l’Australia, il Canada e tutto il Sud America, dove le comunità friulane erano
numerosissime, persino l’Arabia Saudita. Si mobilitarono la Chiesa italiana e
le diocesi, le organizzazioni dei lavoratori, l’associazione “Ente Friuli nel
mondo” con i suoi Fogolârs, i focolai della friulanità nelle terre
d’emigrazione.
Si attivarono gli intellettuali, gli
scrittori, gli artisti, i conservatori di musei, il mondo della cultura nel suo
complesso. Non si trattava solo di tenere viva l’attenzione sul pericolo delle
demolizioni indiscriminate, dovute all’emergenza, ma di guardare al patrimonio
architettonico e culturale della regione con occhi nuovi. Tra le tante cose che
sarebbero rimaste del sisma ci sarebbe stata anche una nuova consapevolezza su
cosa significhi la matrice, l’eredità culturale di un territorio storico.