All’indomani della scossa del 6 maggio il
presidente del Consiglio dei ministri Aldo Moro affidò al presidente della
Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia, Antonio Comelli, la delega per la
gestione della ricostruzione. Prima di allora lo Stato non aveva mai attribuito
simili competenze a una Regione, decidendo di mantenere la sola gestione
dell’emergenza attraverso la nomina del sottosegretario all’Interno, Giuseppe
Zamberletti, a Commissario straordinario di Governo.
Il 7 maggio il Commissario si insediò
dunque in Prefettura a Udine, dove allestì il quartier generale per
l’organizzazione degli interventi e la distribuzione degli aiuti sul
territorio. Zamberletti volle al suo fianco quattro Vicecommissari, i Prefetti di
Udine, Domenico Spaziante, e Pordenone, Mario Arduini; il generale Mario Rossi,
comandante della Divisione Mantova, e l’ingegner Alessandro Giomi, comandante
nazionale dei Vigili del fuoco, per pianificare anche l’operatività dei Centri
Operativi di Settore (COS) che qualche giorno dopo istituì a Cividale, Gemona,
Majano, Resiutta, Osoppo, San Daniele del Friuli, Tarcento, Tolmezzo e
Spilimbergo (poi spostato a Pordenone). Ciascuno agiva in una decina di Comuni per un totale di 40 mila abitanti.
Alle attività dei COS, coordinate
direttamente dal Commissario, parteciparono i sindaci, rappresentanti della
Regione, ufficiali delle Forze armate e di tutte le realtà impegnate sul
territorio. Nonostante molti sindaci fossero in carica da un solo anno, quindi
con poca esperienza alle spalle, e risultassero sprovvisti di strumenti tecnici
adeguati a fronteggiare un tale stato emergenziale, Zamberletti comprese
immediatamente il ruolo che potevano svolgere nella valutazione dei bisogni
delle loro comunità, ma doveva essere supportati almeno nella logistica, e per
farlo affiancò a ogni sindaco un comandante militare. Definita
l’organizzazione, si procedette dunque ad affrontare un quadro d’insieme che
era, per tutti, di assoluta novità.
La situazione era molto critica anche sul
piano sanitario: molti ospedali, tra cui quelli di Gemona, Tolmezzo e San
Daniele, erano per buona parte inagibili e il polo sanitario di Udine svolse
una funzione di assistenza essenziale, ricoverando nei primi quattro giorni
oltre 700 pazienti. Nel 1976, come osservò Franco Perraro, primario della
Medicina d’urgenza del nosocomio udinese, la regione non vantava un’omogeneità
operativa sotto il profilo ospedaliero, ma poté contare sulla mobilitazione di
numerosi infermieri e medici provenienti da tutta Italia e dall’estero. Venne
inoltre adottata una scheda sanitaria di emergenza contenente i vari dati sulla
situazione generale dei feriti così da agevolare la pianificazione di idonee
misure organizzative.
Il 25 luglio 1976, giorno in cui
Zamberletti ultimò l’incarico commissariale, terminò la prima fase
dell’emergenza a favore di un lento ritorno alla normalità. Nonostante lo
spirito del fasin di bessoi (‘facciamo da soli’, in friulano) e
sebbene la Regione si fosse attivata subito per
riparare gli edifici danneggiati (legge regionale n. 17 del 7 giugno 1976) alla
fine di agosto cominciò a diffondersi tra i terremotati il timore di dover
trascorrere l’inverno in tenda. I tempi per la realizzazione del piano di
alloggi prefabbricati, che prevedeva l’installazione di migliaia di casette
destinate a ospitare circa 30 mila persone rimaste senza casa, erano stati
sottostimati. I terremotati protestarono, sfilarono davanti ai palazzi della
Regione, fecero sentire le loro voci ormai certi che lo slogan ‘dalle tende alle case’ era diventato improponibile.
Ogni certezza e ogni speranza caddero l’11
e il 15 settembre quando l’orcolat– la tradizione popolare identifica il
terremoto con un mostro aberrante che vive nelle viscere della terra – si fece
risentire, distruggendo molto di ciò che era rimasto in piedi dopo le scosse di
maggio, comprese le riparazioni già effettuate. Il Friuli ripiombò nello stato
d’emergenza. Celebre in tal senso una dichiarazione di monsignor Alfredo
Battisti, al tempo arcivescovo di Udine: «Il terremoto del 6 maggio ha demolito
il Friuli; quello di settembre ha demolito i friulani. Il primo ha distrutto le
case ma ha lasciato la speranza; il secondo sembra aver intaccato anche la
speranza».
Le numerose scosse registrate a settembre
accorciarono i tempi per l’ormai inevitabile nuova nomina del Commissario
straordinario a cui, rispetto a maggio, vennero assegnati maggiori ed
eccezionali poteri. Zamberletti rientrò in Friuli il 13 settembre, due giorni
prima del nuovo terremoto, che sorprese anche la commissione parlamentare
giunta in visita nell’area disastrata. Richiamati i Vicecommissari e riattivati
i COS, il Commissario si ritrovò a organizzare l’esodo di ben 32.276 persone
verso le località di villeggiatura dotate di strutture ricettive, come Grado,
Lignano, Bibione, Caorle, Jesolo, Ravascletto e altri Comuni della Carnia. Qui
vennero istituiti i Dipartimenti assistenziali che operavano in stretto dialogo
con i Centri operativi presenti nelle zone di provenienza dei terremotati, ai
quali vennero garantiti un alloggio, l’assistenza sociosanitaria e servizi
territoriali, come l’apertura di farmacie fuori stagione, collegamenti diretti
con le località di provenienza, linee di trasporto gratuite, attività
scolastiche in 196 classi per 3 mila 500 alunni e addirittura il blocco dei
prezzi dei beni di prima necessità. Era un modo per mantenere unite le comunità
nelle città ospitanti, assicurando loro tutti i servizi per il tempo necessario
ad allestire villaggi provvisori, prefabbricati.
Fu una corsa contro il tempo. Il
Commissario dovette mettere in campo soluzioni adeguate anche per gli sfollati
impossibilitati a trasferirsi altrove. Fra questi i contadini, obbligati a
fermarsi per badare al bestiame, gli addetti a lavorazioni a ciclo continuo e
gli anziani, emotivamente affezionati ai luoghi d’origine. Circa 3 mila persone
rimanevano così in tenda nei diversi comuni terremotati e si apprestavano ad
affrontarvi l’inverno. Zamberletti, assistito dalla Regione, dal ministero
dell’Interno e dalle Prefetture, si attivò per reperire roulotte. Mediante
acquisti diretti, un prestito solidaristico sottoscritto da privati e
requisizioni temporanee furono raccolte complessivamente 5.200 roulotte in
grado di garantire un totale di 15 mila posti letto.
Il Commissario si rese immediatamente
conto che il piano regionale dei prefabbricati andava potenziato per accelerare
il rientro dei friulani e non pregiudicare la stagione turistica 1977 nelle
località che ospitavano terremotati. Fu così prevista la realizzazione di
ulteriori 10 mila 500 alloggi in aree individuate dai Comuni, e previo parere
dei geologi chiamati a verificare l’idoneità del luogo. Furono installate 50
differenti tipologie di alloggi semipermanenti: container monoblocco metallici,
strutture con pannelli autoportanti o telaio modulare e prefabbricati in legno.
I due programmi, per un totale di quasi 30 mila alloggi, vennero completati in
nove mesi, con la messa in opera di oltre 2.600 unità abitative al mese. Nel
montaggio di queste strutture vennero coinvolte imprese private, Vigili del
fuoco e uomini dell’Esercito, compresa l’Associazione Nazionale Alpini (ANA).
Sebbene Zamberletti avesse previsto il
rientro dei terremotati entro il 31 marzo 1977, impegnandosi a restituire le
strutture agli albergatori per l’inizio della stagione estiva, un lieve ritardo
nella predisposizione dei 350 villaggi, in 91 comuni, ci fu. Il progressivo
reinsediamento delle persone nei luoghi di provenienza e la relativa gestione
commissariale si chiusero infatti definitivamente solo il 30 aprile di
quell’anno, una data, per citare le parole dello stesso Zamberletti, «che segnò
l’avvio del percorso della ricostruzione e registrò un commosso ‘arrivederci’
tra i friulani e i tanti che avevano con loro condiviso una stagione angosciosa
ma anche ricca di impegno e di fiducia nella rinascita».
L’estate fu segnata anche da
uno scandalo che riguardò proprio i prefabbricati. Il sindaco di Majano e il
segretario di Zamberletti furono prima arrestati e quindi condannati per aver
accettato tangenti dalla ditta savonese Precasa, che fornì strutture di pessima
qualità con muri che sembravano di cartone e che lasciavano filtrare l’acqua
dai tetti. Il 1° settembre, a seguito degli arresti, Zamberletti presentò le
sue dimissioni da sottosegretario, che furono considerate opportune e vennero
accettate dal presidente del Consiglio Andreotti, nonostante l’apprezzamento
generale per l’opera del commissario straordinario.
Conclusa la seconda e ultima fase
dell’emergenza, per la cui risoluzione vanno ricordate la solidarietà a livello
internazionale e la decisiva importanza del decentramento degli interventi, i
terremotati ristabilirono a piccoli passi un abituale stile di vita all’interno
dei villaggi prefabbricati: gli eventi associativi, le esibizioni di gruppi
musicali, le feste da ballo e i dibattiti animarono il trascorrere delle
giornate. Il grande interrogativo, la grande questione di fondo ben presenti
sia alle comunità che agli amministratori e alle autorità, erano però come
ricucire il contesto urbanistico e architettonico di un territorio colpito a
fondo dal sisma.