I fattori che permisero al
territorio friulano e alla sua popolazione di esprimere una considerevole
capacità di resilienza ante-litteram vanno considerati nel particolare
contesto socioeconomico della regione dell’epoca.
Come già accennato, il
Friuli della metà degli anni Settanta era una realtà già avviata sulla strada
dello sviluppo economico sul modello della cosiddetta “terza Italia”, che ebbe
i suoi caratteri precipui in un’industrializzazione diffusa basata su piccole e
piccolissime aziende, con produzioni orientate prevalentemente su beni di
consumo e durevoli (mobili, elettrodomestici, calzature, abbigliamento ecc.),
sul superamento o la sostituzione dei nuclei industriali otto-novecenteschi e
sulla progressiva integrazione di tale sistema in un mercato unico europeo in
via di costruzione (CEE – Comunità Economica Europea, istituita nel 1957). Le
ricadute dell’allargamento a macchia d’olio di tale modello, anche all’area che
sarebbe stata colpita dal terremoto, toccarono equilibri sociali vecchi di
secoli. I giovani, dotati di una scolarizzazione superiore a quella dei
genitori, trovavano facilmente lavoro e tendevano ad emanciparsi dalla famiglia
tradizionale; l’agricoltura mista di stampo arcaico, che aveva il suo simbolo
nei filari di morar, del gelso, serviva ormai come completamento di
reddito, o poco più. A fianco della casa contadina sorgeva il capannone che
conteneva le macchine della nuova micro-industrializzazione e il contadino si
divideva “a mezzo tempo” tra il campo e l’officina familiare, o la fabbrica
poco distante.
L’idea che l’industrializzazione
veloce del Nord-Est dell’ultimo quarto del Novecento sia consistita in una
sostituzione di un’economia agricola con un’economia industriale rappresenta
solo una parte di verità. Come espresse emblematicamente il titolo di un libro
di Carlo Tullio Altan, Tradizione e modernizzazione (1981), le due
dimensioni non furono alternative bensì complementari: la seconda poté
svilupparsi solo perché aveva le sue basi nella prima, per disponibilità di
manodopera, per contenimento dei costi, per cultura del lavoro, per coesione
sociale di fondo, per il ruolo chiave della famiglia, per organizzazione
razionale del territorio, per la rete delle relazioni personali di un
territorio fatto di piccoli paesi. Tutte componenti sociali e culturali che la
ricostruzione ‘com’era e dov’era’ mantenne, valorizzò e contribuì a riprodurre
in una realtà economica in forte trasformazione, e di cui questi elementi
tradizionali andarono a costituire un’indispensabile intelaiatura di fondo.
La vicenda degli emigranti di
ritorno è significativa di questa integrazione di vecchio e nuovo. Interrottasi
negli anni Sessanta la corrente di espatri lavorativi che era ripartita dopo il
1945 per la situazione economica post-bellica, già prima del terremoto aveva
preso il via il fenomeno dei rimpatri definitivi di lavoratrici - ma
soprattutto lavoratori - stagionali o che avevano trascorso qualche anno di
lavoro all’estero. Ciò ebbe diversi risvolti positivi: fornì manodopera per
l’edilizia nel momento di impennata dell’offerta di lavoro, procurò maestranze
che si erano professionalizzate all’estero (un aspetto che viene raramente
sottolineato), generò una concorrenza positiva tra il settore della
ricostruzione e quello manifatturiero.
Se, dunque, uno dei luoghi
comuni più tenaci sul terremoto del Friuli - cioè l’idea che sia stato questo
evento la scintilla che ha generato la modernizzazione della regione - è
ampiamente e da tempo smentito dai fatti, un altro cliché, quello
implicito nel detto friulano fasìn di bessôi (facciamo da soli), va
considerato alla luce della ingente massa di finanziamenti esterni che piovvero
sul Friuli dal 1976 in poi.
Già nell’estate del 1976 si
comprese che per riprendersi il Friuli aveva bisogno di ingenti aiuti esterni.
Per consentire il riavvio delle attività produttive dopo i due terremoti di
maggio e settembre, e per sostenere lo sviluppo del sistema produttivo locale,
venne dato corpo a una serie di provvedimenti legislativi che è possibile
suddividere in due fasi. Nella prima, che coprì il periodo 1977-1981, fu la
Regione autonoma Friuli Venezia Giulia a gestire i finanziamenti che provennero
a questo scopo dallo Stato, e che poterono essere gestiti in loco in virtù di
strumenti legislativi che erano stati predisposti nei primi anni di vita della
nuova regione a statuto speciale, attraverso enti e strutture intermedie (come
la finanziaria regionale Friulia) che erano anch’essi precedenti al 1976. Si
trattò, come ha ricostruito Roberto Grandinetti, di un finanziamento “a
pioggia”, all’interno del quale le aziende maggiori poterono, però, far valere
il loro peso relativo.
La seconda fase ebbe inizio a
partire dalla legge n. 828 dell’11 novembre 1982 Ulteriori provvedimenti per
il completamento dell'opera di ricostruzione e di sviluppo delle zone della
regione Friuli-Venezia Giulia, colpite dal terremoto del 1976 e delle zone
terremotate della regione Marche, dei cui finanziamenti la Regione autonoma
dispose con provvedimenti successivi e con specifiche modalità di assegnazione.
Gli investimenti furono prevalentemente diretti ai fabbricati produttivi, agli
impianti e ai macchinari non solo delle aziende colpite dal terremoto, ma di
una più ampia fascia di attività economiche industriali anche al di fuori del
Friuli terremotato. La massa di denaro che si riversò sulla regione fu ingente:
978 miliardi di lire per il periodo 1984-1989, di cui ben 605 miliardi (311,5
milioni di euro) nel corso del solo triennio 1984-1986.
Anche in questa seconda fase una
quota rilevante dei trasferimenti transitò attraverso Friulia. Non si trattava,
però, più di finanziare la ricostruzione produttiva ma di sostenere numerose
aziende che, per svariati motivi, erano entrate in crisi. L’effetto di tale
sorta di pioggia monsonica di finanziamenti fu, così, duplice: da un lato
consentì agli imprenditori dotati di una visione dinamica e manageriale di
superare momenti difficili e proiettare l’azienda verso nuovi sistemi di
produzione e nuovi mercati, dall’altro si trattò semplicemente di ossigeno che,
a spese della collettività, ritardò la crisi inevitabile di altre attività che
non erano strutturalmente in grado di rinnovarsi.
Tra le cause di fondo del
malessere che toccò non poche realtà aziendali friulane a partire dai primi
anni Ottanta va considerato quell’allargamento dello scenario competitivo
mondiale che va sotto il nome di ‘globalizzazione’. Sui mercati nei quali erano
presenti molte produzioni regionali cominciarono ad entrare protagonisti che
provenivano da realtà diverse dall’Europa o dai Paesi che tradizionalmente
fornivano semilavorati: una dinamica che sarebbe stata accelerata nei primi
anni Novanta con il crollo del sistema economico dell’Europa centro-orientale e
balcanica, e i fenomeni a cascata che esso produsse.
In questo delicato passaggio,
alcuni caratteri su cui si era basato il grande slancio dell’economia friulana
tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, sovralimentato
dai finanziamenti del terremoto, si rivelarono come fattori di crisi, o
quantomeno di limitazione della resilienza economica e territoriale. Era ad
esempio presente un vistoso ritardo nelle strategie di marketing, che non
significano solo capacità di vendere un prodotto ma, in senso più ampio,
abilità nell’interpretare i cambiamenti del mercato, possibilmente
anticipandoli. Un’altra delle caratteristiche proprie dell’industrializzazione
del Nord-Est, ossia la sua estrazione e dimensione famigliare, nel momento in
cui gli scenari globali cominciarono a cambiare e si manifestò la necessità di
avere uno sguardo più ampio, si rivelò un freno: la generazione degli
imprenditori-fondatori dell’azienda spesso non favorì il ricambio al vertice,
la visione manageriale si dimostrò insufficiente, i capitali sociali erano
normalmente inadeguati ecc.
Il fiume di denaro giunto in
Friuli negli anni Ottanta ad un certo punto si prosciugò: la politica di
finanziamento industriale delle leggi sul terremoto, in particolare la
828/1982, non poté aver seguito negli anni Novanta, in un contesto più ampio di
logoramento del quadro politico tanto nazionale – che avrebbe condotto a
Tangentopoli – quanto regionale: quel tipo di azioni, posto che vi fosse ancora
la capacità per finanziarle, non erano più sostenibili né per i vincoli posti
dalla legislazione europea, né in termini di efficacia, perché rischiavano
sempre più di ottenere effetti distorsivi e assistenziali.
I nuovi protagonisti
dell’economia regionale, e più in generale di quella regione più ampia che
veniva indicata come ‘Nord-Est’, ma che comprendeva a tutti gli effetti il
Friuli, furono negli anni Novanta i ‘distretti industriali’, un‘espressione con
la quale si indicano quelle aree circoscritte nelle quali, per sedimentazione
storica e culturale, si erano venuti a creare sistemi omogenei di imprese
specializzate in uno specifico comparto produttivo. Fu anche il consolidamento
dei distretti industriali che permise al territorio friulano di superare alcuni
limiti dello sviluppo degli anni Settanta e Ottanta e di affrontare alcune
sfide ormai globali. Così, nel 1999, la legge regionale n. 27 Per lo
sviluppo dei distretti industriali individuava quattro distretti
industriali (destinati poi a diventare sette): il distretto della sedia, quello
dell’agro-alimentare, il distretto del coltello e quello del mobile.
Quattordici comuni tra quelli catalogati subito dopo la scossa del maggio 1976
come “disastrati” e “gravemente danneggiati” facevano parte delle prime tre
aree a vocazione industriale specifica citate sopra.
Così, negli anni Ottanta al
crollo dell’occupazione nell’edilizia dato dal progressivo venir meno degli
impieghi per l’esaurirsi della ricostruzione (-37% nella provincia di Udine tra
1981 e 1991), corrispose una minima flessione degli occupati dell’industria
(-2%) e un aumento pressoché simmetrico degli occupati nei servizi.
Quest’ultimi, superando ormai gli impiegati nell’industria, segnalano come
ormai il Friuli stesse avviandosi verso il nuovo millennio e l’introduzione
dell’euro con un modello di società a prevalente economia terziaria.