Gli anni della crescita: 1978-1998


I fattori che permisero al territorio friulano e alla sua popolazione di esprimere una considerevole capacità di resilienza ante-litteram vanno considerati nel particolare contesto socioeconomico della regione dell’epoca.

Come già accennato, il Friuli della metà degli anni Settanta era una realtà già avviata sulla strada dello sviluppo economico sul modello della cosiddetta “terza Italia”, che ebbe i suoi caratteri precipui in un’industrializzazione diffusa basata su piccole e piccolissime aziende, con produzioni orientate prevalentemente su beni di consumo e durevoli (mobili, elettrodomestici, calzature, abbigliamento ecc.), sul superamento o la sostituzione dei nuclei industriali otto-novecenteschi e sulla progressiva integrazione di tale sistema in un mercato unico europeo in via di costruzione (CEE – Comunità Economica Europea, istituita nel 1957). Le ricadute dell’allargamento a macchia d’olio di tale modello, anche all’area che sarebbe stata colpita dal terremoto, toccarono equilibri sociali vecchi di secoli. I giovani, dotati di una scolarizzazione superiore a quella dei genitori, trovavano facilmente lavoro e tendevano ad emanciparsi dalla famiglia tradizionale; l’agricoltura mista di stampo arcaico, che aveva il suo simbolo nei filari di morar, del gelso, serviva ormai come completamento di reddito, o poco più. A fianco della casa contadina sorgeva il capannone che conteneva le macchine della nuova micro-industrializzazione e il contadino si divideva “a mezzo tempo” tra il campo e l’officina familiare, o la fabbrica poco distante.

L’idea che l’industrializzazione veloce del Nord-Est dell’ultimo quarto del Novecento sia consistita in una sostituzione di un’economia agricola con un’economia industriale rappresenta solo una parte di verità. Come espresse emblematicamente il titolo di un libro di Carlo Tullio Altan, Tradizione e modernizzazione (1981), le due dimensioni non furono alternative bensì complementari: la seconda poté svilupparsi solo perché aveva le sue basi nella prima, per disponibilità di manodopera, per contenimento dei costi, per cultura del lavoro, per coesione sociale di fondo, per il ruolo chiave della famiglia, per organizzazione razionale del territorio, per la rete delle relazioni personali di un territorio fatto di piccoli paesi. Tutte componenti sociali e culturali che la ricostruzione ‘com’era e dov’era’ mantenne, valorizzò e contribuì a riprodurre in una realtà economica in forte trasformazione, e di cui questi elementi tradizionali andarono a costituire un’indispensabile intelaiatura di fondo.

La vicenda degli emigranti di ritorno è significativa di questa integrazione di vecchio e nuovo. Interrottasi negli anni Sessanta la corrente di espatri lavorativi che era ripartita dopo il 1945 per la situazione economica post-bellica, già prima del terremoto aveva preso il via il fenomeno dei rimpatri definitivi di lavoratrici - ma soprattutto lavoratori - stagionali o che avevano trascorso qualche anno di lavoro all’estero. Ciò ebbe diversi risvolti positivi: fornì manodopera per l’edilizia nel momento di impennata dell’offerta di lavoro, procurò maestranze che si erano professionalizzate all’estero (un aspetto che viene raramente sottolineato), generò una concorrenza positiva tra il settore della ricostruzione e quello manifatturiero.

Se, dunque, uno dei luoghi comuni più tenaci sul terremoto del Friuli - cioè l’idea che sia stato questo evento la scintilla che ha generato la modernizzazione della regione - è ampiamente e da tempo smentito dai fatti, un altro cliché, quello implicito nel detto friulano fasìn di bessôi (facciamo da soli), va considerato alla luce della ingente massa di finanziamenti esterni che piovvero sul Friuli dal 1976 in poi.

Già nell’estate del 1976 si comprese che per riprendersi il Friuli aveva bisogno di ingenti aiuti esterni. Per consentire il riavvio delle attività produttive dopo i due terremoti di maggio e settembre, e per sostenere lo sviluppo del sistema produttivo locale, venne dato corpo a una serie di provvedimenti legislativi che è possibile suddividere in due fasi. Nella prima, che coprì il periodo 1977-1981, fu la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia a gestire i finanziamenti che provennero a questo scopo dallo Stato, e che poterono essere gestiti in loco in virtù di strumenti legislativi che erano stati predisposti nei primi anni di vita della nuova regione a statuto speciale, attraverso enti e strutture intermedie (come la finanziaria regionale Friulia) che erano anch’essi precedenti al 1976. Si trattò, come ha ricostruito Roberto Grandinetti, di un finanziamento “a pioggia”, all’interno del quale le aziende maggiori poterono, però, far valere il loro peso relativo.

La seconda fase ebbe inizio a partire dalla legge n. 828 dell’11 novembre 1982 Ulteriori provvedimenti per il completamento dell'opera di ricostruzione e di sviluppo delle zone della regione Friuli-Venezia Giulia, colpite dal terremoto del 1976 e delle zone terremotate della regione Marche, dei cui finanziamenti la Regione autonoma dispose con provvedimenti successivi e con specifiche modalità di assegnazione. Gli investimenti furono prevalentemente diretti ai fabbricati produttivi, agli impianti e ai macchinari non solo delle aziende colpite dal terremoto, ma di una più ampia fascia di attività economiche industriali anche al di fuori del Friuli terremotato. La massa di denaro che si riversò sulla regione fu ingente: 978 miliardi di lire per il periodo 1984-1989, di cui ben 605 miliardi (311,5 milioni di euro) nel corso del solo triennio 1984-1986.

Anche in questa seconda fase una quota rilevante dei trasferimenti transitò attraverso Friulia. Non si trattava, però, più di finanziare la ricostruzione produttiva ma di sostenere numerose aziende che, per svariati motivi, erano entrate in crisi. L’effetto di tale sorta di pioggia monsonica di finanziamenti fu, così, duplice: da un lato consentì agli imprenditori dotati di una visione dinamica e manageriale di superare momenti difficili e proiettare l’azienda verso nuovi sistemi di produzione e nuovi mercati, dall’altro si trattò semplicemente di ossigeno che, a spese della collettività, ritardò la crisi inevitabile di altre attività che non erano strutturalmente in grado di rinnovarsi.

Tra le cause di fondo del malessere che toccò non poche realtà aziendali friulane a partire dai primi anni Ottanta va considerato quell’allargamento dello scenario competitivo mondiale che va sotto il nome di ‘globalizzazione’. Sui mercati nei quali erano presenti molte produzioni regionali cominciarono ad entrare protagonisti che provenivano da realtà diverse dall’Europa o dai Paesi che tradizionalmente fornivano semilavorati: una dinamica che sarebbe stata accelerata nei primi anni Novanta con il crollo del sistema economico dell’Europa centro-orientale e balcanica, e i fenomeni a cascata che esso produsse.

In questo delicato passaggio, alcuni caratteri su cui si era basato il grande slancio dell’economia friulana tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, sovralimentato dai finanziamenti del terremoto, si rivelarono come fattori di crisi, o quantomeno di limitazione della resilienza economica e territoriale. Era ad esempio presente un vistoso ritardo nelle strategie di marketing, che non significano solo capacità di vendere un prodotto ma, in senso più ampio, abilità nell’interpretare i cambiamenti del mercato, possibilmente anticipandoli. Un’altra delle caratteristiche proprie dell’industrializzazione del Nord-Est, ossia la sua estrazione e dimensione famigliare, nel momento in cui gli scenari globali cominciarono a cambiare e si manifestò la necessità di avere uno sguardo più ampio, si rivelò un freno: la generazione degli imprenditori-fondatori dell’azienda spesso non favorì il ricambio al vertice, la visione manageriale si dimostrò insufficiente, i capitali sociali erano normalmente inadeguati ecc.

Il fiume di denaro giunto in Friuli negli anni Ottanta ad un certo punto si prosciugò: la politica di finanziamento industriale delle leggi sul terremoto, in particolare la 828/1982, non poté aver seguito negli anni Novanta, in un contesto più ampio di logoramento del quadro politico tanto nazionale – che avrebbe condotto a Tangentopoli – quanto regionale: quel tipo di azioni, posto che vi fosse ancora la capacità per finanziarle, non erano più sostenibili né per i vincoli posti dalla legislazione europea, né in termini di efficacia, perché rischiavano sempre più di ottenere effetti distorsivi e assistenziali.

I nuovi protagonisti dell’economia regionale, e più in generale di quella regione più ampia che veniva indicata come ‘Nord-Est’, ma che comprendeva a tutti gli effetti il Friuli, furono negli anni Novanta i ‘distretti industriali’, un‘espressione con la quale si indicano quelle aree circoscritte nelle quali, per sedimentazione storica e culturale, si erano venuti a creare sistemi omogenei di imprese specializzate in uno specifico comparto produttivo. Fu anche il consolidamento dei distretti industriali che permise al territorio friulano di superare alcuni limiti dello sviluppo degli anni Settanta e Ottanta e di affrontare alcune sfide ormai globali. Così, nel 1999, la legge regionale n. 27 Per lo sviluppo dei distretti industriali individuava quattro distretti industriali (destinati poi a diventare sette): il distretto della sedia, quello dell’agro-alimentare, il distretto del coltello e quello del mobile. Quattordici comuni tra quelli catalogati subito dopo la scossa del maggio 1976 come “disastrati” e “gravemente danneggiati” facevano parte delle prime tre aree a vocazione industriale specifica citate sopra.

Così, negli anni Ottanta al crollo dell’occupazione nell’edilizia dato dal progressivo venir meno degli impieghi per l’esaurirsi della ricostruzione (-37% nella provincia di Udine tra 1981 e 1991), corrispose una minima flessione degli occupati dell’industria (-2%) e un aumento pressoché simmetrico degli occupati nei servizi. Quest’ultimi, superando ormai gli impiegati nell’industria, segnalano come ormai il Friuli stesse avviandosi verso il nuovo millennio e l’introduzione dell’euro con un modello di società a prevalente economia terziaria.