“Com’era, dov’era” o new towns?


La decisione di ricostruire il Friuli ‘com’era, dov’era’ fu immediata. Già nell’articolo 1 del decreto legge 227 del 13 maggio 1976, Provvidenze per le popolazioni dei comuni della regione Friuli-Venezia Giulia colpiti dal terremoto del maggio 1976, si indicò chiaramente la linea da seguire: «La ricostruzione dovrà avvenire nelle aree di insediamento degli abitati già esistenti». Unica deroga, la presenza di «prevalenti motivi tecnici» che obbligassero a costruire altrove. Venne quindi accettata dallo Stato quella che fu definita la ‘linea friulana’ già applicata nelle installazioni delle tendopoli in ogni frazione di ciascun comune, con il fine di non sradicare i nuclei familiari e di salvaguardare l’identità dei borghi esistenti.

Da parte di alcuni professionisti affermati emerse invece un’idea di ricostruzione più aderente alle tendenze allora preminenti e che consistette, come si vedrà, nel ridisegno dell’assetto urbanistico del territorio. Tale ipotesi di fondo non convinse il Commissario Zamberletti che fu tra i primi a mettere in guardia le popolazioni sui rischi di una simile impostazione. Lo stesso fece il sindaco di Udine, Angelo Candolini, nonostante potesse avere più di qualche interesse a realizzare l’ipotesi di una ‘grande Udine’. Candolini affidò il suo pensiero al «Corriere della Sera»: «Guai – disse – se permetteranno che sopraggiungano gli urbanisti a ‘ripensare’ i nostri paesi».

Era forte nei terremotati la paura di una ‘vajontizzazione’ del Friuli, cioè il ripetersi di quanto era avvenuto nella vicina valle del Piave dopo la catastrofe dell’ottobre 1963. Per la ricostruzione di Longarone lo Stato, per la prima volta nel dopoguerra, aveva infatti deciso di dare centralità all’urbanistica e alla necessità di elaborare un piano di ricostruzione della cittadina distrutta secondo linee di respiro territoriale, coinvolgendo lo IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia) nella persona del direttore Giuseppe Samonà. La nuova Longarone, formata (almeno nell’ideazione iniziale) da blocchi edilizi distinti, case a torre ed edifici in linea che rimandavano ai modelli delle new towns britanniche – una soluzione che avrebbe potuto fungere da esempio per la ricostruzione del Friuli – dodici anni dopo la tragedia era già, tuttavia, additata come fallimentare: «Chi ha in mente gli urbanisti pensi invece a Longarone, al tempo e ai denari che si sono sprecati dopo il Vajont» ammonì Candolini, che concluse: «No, nessuno deve venire a ridisegnare i nostri paesi: vogliamo ricostruirceli al più presto, da noi».

Il Vajont non era l’unico caso agitato come uno spauracchio. Nella ricostruzione in corso nella valle del Belìce, colpita dal terremoto nel 1968, un piano ‘calato dall’alto’, su progetto degli ingegneri dell’Istituto Superiore per l’Edilizia Sociale (ISES), aveva imposto l’abbandono di Gibellina e l’edificazione di un nuovo paese a 18 km di distanza.

Tra le proposte più note di ridisegno urbanistico del Friuli terremotato figurano quelle elaborate dall’ingegnere milanese Roberto Guiducci e dall’architetto friulano Marcello D’Olivo.

Fondatore della Tekne, una delle maggiori società di ingegneria in Italia, Guiducci aveva collaborato nei primi anni Settanta alla stesura del Piano Urbanistico Regionale Generale (PURG) del Friuli Venezia Giulia, che però, nell’aprile 1976, un mese prima del sisma, era ancora in attesa di approvazione. Nel Piano Guiducci era stata riconosciuta la presenza di un ‘asse forte’ con vocazione industriale e capacità di crescita che si allungava da Trieste a Sacile, passava per Gorizia, Udine e Pordenone, risultando così di riferimento per un Friuli più ‘debole’ che comprendeva la montagna e la bassa pianura. Nella previsione dell’ingegnere, secondo un naturale movimento di diastole-sistole, le parti svantaggiate si sarebbero naturalmente svuotate a favore del cuore dello sviluppo, dividendo lo spazio regionale tra luoghi di lavoro e luoghi del tempo libero. L’evento sismico avrebbe rappresentato dunque l’occasione per incentivare questo processo, e ‘spostare’ 80 mila abitanti lungo l’asse Udine-Pordenone e su una ‘grande Udine’ destinata nel tempo a raddoppiare i suoi abitanti e raggiungere quota 200 mila residenti.

Mentre la proposta di Guiducci restò confinata nel dibattito ai margini del PURG, tant’è che non se ne conoscono disegni progettuali, quella a cui lavorò Marcello D’Olivo assieme a una società di progettazione romana era più elaborata. Il dibattito venne affrontato anche dalla stampa nazionale che, di fronte ai ritardi accumulati nell’avvio della ricostruzione, si chiedeva perché venissero trascurati i piani urbanistici e territoriali di pronto intervento del professionista udinese. In una prima proposta per la ricostruzione dell’area colpita dal sisma, D’Olivo contemplò un anello stradale a cerchio di 14 km di diametroche avrebbe racchiuso, a nord di Udine, i centri di Buja, Majano, Treppo Grande, Colloredo di Monte Albano, escludendo Gemona. Lungo la circonferenza era prevista la creazione di sei nuovi nuclei residenziali di circa 2 mila abitanti ciascuno, realizzati secondo i criteri di sostenibilità ecologica a cui D’Olivo stava lavorando da anni. A questa prima soluzione ne seguì un’altra, formalmente diversa nonostante seguisse lo stesso filo conduttore, con il percorso stradale non più a cerchio ma rispettoso della topografia originaria, in una zona più ampia, compresa tra Venzone e Tricesimo. Come nella prima proposta, lungo il percorso avrebbero trovato sede, in ogni nucleo, circa 2 mila abitanti. In aggiunta alla precedente soluzione, in corrispondenza dei 12 centri abitati esistenti, D’Olivo disegnò nuove zone residenziali, tutte caratterizzate dalla forma a mezzaluna, nel chiaro intento di dare ai nuovi centri abitati un’impronta formale diversa rispetto alla realtà insediativa esistente. Le proposte di D’Olivo miravano ad assegnare una forma architettonica d’insieme e nuova alla ricostruzione, nella speranza di evitare quell’edificazione diffusa e disordinata in parte poi realizzatasi.

Le soluzioni di Guiducci e D’Olivo per una ricostruzione ‘centralizzata’ del Friuli, in particolare quella di D’Olivo che era evidentemente visionaria e troppo divergente dalla realtà, andavano apertamente contro la linea del ‘dov’era e com’era’: furono immediatamente percepite come calate dall’alto e avversate tanto dai terremotati quanto dalla classe politica.

Una new town, sebbene di dimensioni molto piccole, venne in ogni caso realizzata. I ‘motivi tecnici’ richiamati dall’articolo 1 del decreto legge n. 227, e che nello specifico di Portis, la frazione di Venzone situata sulla riva del Tagliamento, consistevano nel fronte franoso che ancor oggi minaccia l’area, costrinsero gli amministratori a decidere di abbandonare l’abitato storico e di ricostruirlo ex novo. Ciò ebbe luogo, malgrado l’iniziale resistenza degli abitanti, che prima della scossa di settembre affissero all’ingresso sud del paese cartelli inequivocabili: «Puartis al reste in Puartis» (Portis rimane a Portis), «Portis deve rinascere qui». Accese discussioni portarono alla costituzione, avvenuta il 15 dicembre 1978, della Cooperativa Nuova Portis e all’affidamento della progettazione all’architetto Roberto Pirzio Biroli. La costruzione iniziò nell’agosto 1979 e il 28 novembre 1981 si tenne la cerimonia per la consegna delle prime case. Nell’articolo pubblicato il giorno dopo dal «Messaggero Veneto» il cronista presentò Nuova Portis come un pregevole «esempio della volontà di ripresa del Friuli».

Ultimato nel luglio 1985, il cantiere di Nuova Portis divenne un esempio di ricostruzione partecipata perché, per raggiungere l’obiettivo, erano stati interpellati i vari nuclei famigliari e rispettate le particelle catastali contigue del vecchio borgo. A rimarcare l’importanza di questa esperienza fu qualche anno dopo lo stesso Pirzio Biroli: «Per tentare di fare architettura e lavorare per l’architettura con le cooperative di proprietari o aventi diritto alla casa, ho tentato di realizzare qualcosa di umano, di comunicabile, di trasmissibile, di ereditabile, obbiettivi modesti, ma concreti, confrontabili da tutti, tali da rendere possibili processi di partecipazione».

Mentre ancora si animava la discussione teorica sull’assetto territoriale da dare al Friuli terremotato prese il via la ricostruzione, gestita dalla Regione, con uno spirito di collaborazione che accomunò tutti i partiti, con l’apporto delle Province, dei Comuni, degli Enti territoriali. Nei centri abitati dove, nonostante i danni gravissimi e l’elevato numero di edifici distrutti, la struttura urbana aveva complessivamente retto, si procedette al recupero, confermando i piani regolatori o i programmi di fabbricazione esistenti. Non fu neppure molto difficile predisporre con rapidità, per le zone che lo richiesero, piani particolareggiati di risanamento che limitassero gli espropri, consentendo il recupero della gran parte delle infrastrutture esistenti.

Venne creata la Segreteria Generale Straordinaria regionale, l’organo tecnico-scientifico della ricostruzione, diretto dall’ingegner Emanuele Chiavola, un professionista dalle indiscusse competenze tecniche e non comuni capacità umane e politiche. Fu data forma, non senza tensioni e conflitti, a un vero e proprio ecosistema, nel quale le diverse parti si integrarono, completandosi, e che fu in grado di garantire un modo uniforme di operare e il puntuale e tempestivo completamento delle opere programmate. Ebbero giusta considerazione le contestazioni, la contro-informazione, la ‘critica militante’ che aveva rappresentato e riassunto le istanze del ‘popolo delle tende’. Con questa capacità di sintesi, con queste idee il Friuli si avviò verso la ricostruzione.


L. Monti, Leone, Cossiga, Toros sul luogo del disastro. «Le case devono risorgere» dice la gente, in «Corriere della Sera» 8 maggio 1976; S. Meccoli, La «linea friulana» di ricostruzione accettata da governo e sindacati, in «Corriere della Sera» 10 maggio 1976; C. Rossella - P. Buongiorno, Friuli – L’ora della vergogna, in «Panorama», 543, 14 settembre 1976, p. 31; M. Bertagnin, Il piano di azione locale di Pirzio Biroli in Friuli: il caso di Nuova Portis, in «Spazio e Società», 13 (1981), pp. 54-62; R. Pirzio Biroli, Democrazia e piano, in «Spazio e Società», 13 (1981), pp. 62-64; P. Portoghesi, Rebuilding Friuli, in «Progressive Architecture», 11 (1983), pp. 114-118; L. Di Sopra, Il modello Friuli. Gestione dell’emergenza e ricostruzione del Friuli dopo il sisma del 1976, Udine, Amministrazione provinciale 1998; F. Luppi - P. Nicoloso (a cura di), Marcello D’Olivo architetto, Milano, Mazzotta 2002; P. Barban, Storia della pianificazione nella Regione Friuli Venezia Giulia, Monfalcone, Edicom 2005; G. Baiutti (a cura di), Friuli 1976-2016. Dalla ricostruzione a un nuovo modello di sviluppo, Udine, Forum 2016; R. Pirzio Biroli, Il Modello Friuli: ricostruire restaurando, in S. Fabbro (a cura di), Il “Modello Friuli” di ricostruzione, Udine, Forum 2017, pp. 105-119; S. Morandini - D. Cozzi, Portis. La memoria narrata di un paese, Verona, Cierre edizioni 2017; F. Luppi - P. Nicoloso, Marcello D’Olivo. Tra storia e mito, Udine, Gaspari 2024; D. Barillari - P. Valle (a cura di), Architettura del Novecento a Gemona e nella Pedemontana friulana, catalogo della mostra (Gemona del Friuli, Palazzo Fantoni, 11 dicembre 2025-21 giugno 2026), Udine, Forum 2025, pp. 152-155.