Uno dei lasciti più
significativi del terremoto del Friuli del 1976 si è concretizzato in un ambito
apparentemente distante rispetto all’opera di soccorso della popolazione e di
ricostruzione del territorio: è consistito nella nascita nel capoluogo
provinciale di un ateneo statale, l’Università degli studi di Udine.
All’inserimento nella
Costituzione del 1948 del nuovo ente regionale creato dall’unione delle
Province di Udine, Gorizia e Trieste (quella di Pordenone avrebbe visto la luce
nel 1968), la neonata Regione si era trovata in dote l’Università di Trieste,
fondata nel 1924 attorno alla facoltà di Economia e commercio, e che si era
arricchita tra 1938 e 1956 di Giurisprudenza e di varie facoltà umanistiche e
scientifiche. A metà degli anni Sessanta serviva però nel Triveneto una nuova
facoltà di Medicina - la più ‘orientale’ essendo a Padova - e nonostante le
richieste di inaugurare a Udine un nuovo Studio che la accogliesse, essa fu
invece assegnata nel 1965 a Trieste, che nel frattempo era diventata la sede
del capoluogo della Regione a statuto speciale, finalmente operante.
L’opportunità di avere
un’università a Udine era fortemente avvertita in tutti gli strati della
società friulana: la sua mancanza era considerata un freno alla crescita di un
territorio che, nel frattempo, aveva cominciato a correre in tutti gli ambiti della
vita economica e sociale moderna. La scolarizzazione di massa che stava
accompagnando il boom economico forniva nuovi, ampi contingenti di diplomati
che aspiravano ad un titolo universitario, e la liberalizzazione
dell’iscrizione alle università per tutti i diplomati quinquennali di qualsiasi
indirizzo (Legge Codignola, 1969), accordata sull’onda delle proteste
studentesche del 1968, rese la mancanza di un ateneo sul territorio sempre più
intollerabile.
Negli anni successivi vennero
aperti atenei statali a Salerno, Bergamo, Reggio Calabria e Roma Tor Vergata: a
Udine venne fondato un Consorzio universitario (1967), e un Comitato per
l’università friulana (1971), per iniziativa di un insegnante del locale liceo
classico, Tarciso Petracco. Ma il progetto non avanzò, bloccato da veti
politici regionali e nazionali, dall’ostruzionismo dell’ateneo triestino,
dall’affollarsi al ministero di richieste dell’istituzioni di nuovi atenei
provenienti da tutta Italia, avanzate sull’onda delle aspirazioni dei figli del
baby boom che avevano necessità, e
forse anche diritto, di frequentare studi superiori vicino a casa. A fine 1975,
quasi per disperazione considerando la storia di questo istituto nella nostra
legislazione, si intraprese la strada della legge di iniziativa popolare, che,
secondo l’articolo 71 della Costituzione, richiede le firme di 50 mila elettori
per proporre una norma al Legislatore. Nei sei mesi seguenti le firme raccolte
furono 19.117.
Poi, il 6 maggio 1976, il
terremoto sconvolse il Friuli, e portò un aiuto inaspettato. Nelle tendopoli
tra le macerie, nei villaggi di roulotte e di prefabbricati, tra gli elettori
che si recarono ai seggi delle politiche, la raccolta delle firme per l’Università
di Udine condotta da centinaia di volontari decollò: a metà agosto 1976 125
mila elettori ed elettrici friulane avevano messo il proprio nome in calce alla
proposta di legge, che venne depositata in Parlamento con 106 mila firme
valide.
Seguirono manifestazioni, una
campagna di stampa e infinite richieste di non vanificare il desiderio di
un’intera popolazione: finalmente la legge n. 546 dell’8 agosto 1977 Ricostruzione
delle zone della regione Friuli-Venezia Giulia e della regione Veneto colpite
dal terremoto del 1976 previde l’istituzione, a decorrere dall’anno
accademico 1977-1978, dell’Università di Udine (non «del Friuli» come era stato
richiesto), che avrebbe avuto «l’obiettivo di contribuire al progresso civile,
sociale e alla rinascita economica del Friuli e di divenire organico strumento
di sviluppo e di rinnovamento dei filoni originali della cultura, della lingua,
delle tradizioni e della storia del Friuli». Attivati i primi corsi nel 1978,
l’Università di Udine, alla cui istituzione il terremoto diede l’aiuto
decisivo, avrebbe rappresentato nei decenni successivi, e rappresenta oggi, uno
dei motori della crescita civile ed economica della regione.
L’esperienza friulana del 1976
fu fondamentale anche riguardo alla Protezione civile. Vigeva allora la legge
n. 996 dell'8 dicembre 1970, Norme sul soccorso e l’assistenza alle
popolazioni colpite da calamità-Protezione Civile”, nata anche come
reazione alle catastrofi degli anni precedenti (Vajont, alluvione di Firenze,
terremoto del Belice) ma che si limitava a stabilire alcune definizioni
generali e a mettere l’emergenza in capo al Ministero dell’Interno: il suo
regolamento attuativo arriverà dopo undici anni.
Il principio centralizzatore su
cui era stata costruita fu di fatto rovesciato sin dai primissimi momenti dopo
il 6 maggio 1976: la nomina di un Commissario Straordinario, previsto dalla
stessa e che operò sul territorio, fu preliminare ad un decentramento del tutto
inedito delle responsabilità dell’emergenza e del soccorso alla Regione e agli
enti locali. Furono subito istituiti dei Centri operativi di settore (Cos)
che avevano il compito di coordinare il soccorso e l’assistenza alla
popolazione. A poco, purtroppo, sarebbe servito l’esempio friulano nel
devastante terremoto dell’Irpina del 1981 (oltre 2700 vittime), quando i
soccorsi giunsero in ritardo e le gravi mancanze nell’azione dello Stato furono
denunciate dallo stesso presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Con la legge n. 938/1982 venne
quindi prevista una sorta di ‘Commissario permanente’, pronto a intervenire in
caso di emergenza: il Ministro per il Coordinamento della Protezione civile
(ora Ministro per la Protezione civile). Tale figura si avvale del Dipartimento
della Protezione civile, istituito sempre nel 1982, con obiettivi informativi e
di predisposizione dei piani nazionali e territoriali di protezione civile, e
compiti specifici nel coordinamento dell’emergenza, nella direzione dei servizi
di soccorso e nella promozione delle iniziative di volontariato.
Il patrimonio culturale e
tecnico della risposta emergenziale ai terremoti del 1976 è stato conservato
anche nella pratica e nell’organizzazione della Protezione civile del Friuli
Venezia Giulia: ha ispirato le risposte gestionali di emergenze territoriali
come l’alluvione nella Val Canale (Ud) nel 2003, la tempesta Vaia nel 2017, la
pandemia di Covid-19, la disastrosa grandinata a Mortegliano (Ud) del 2023,
l’alluvione nel Goriziano nel 2025.
La 'cassetta degli attrezzi' a
cui attingere per fronteggiare non solo le eventuali, e forse probabili,
catastrofi del futuro ma i seri problemi posti dalle sfide ambientali del
nostro secolo, è oggi molto più fornita di cinquant’anni fa. Si è arricchita di
diversi altri strumenti, eredità dei terremoti del Friuli del 1976, pensati per
aumentare la resilienza del territorio e della sua popolazione.
Il 6 maggio 1977, un anno dopo
la prima scossa, la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia inaugurava una Rete
sismometrica regionale, ormai parte di una Rete sismometrica dell’Italia
nord-orientale alla quale è stata affiancata una Rete accelerometrica
regionale, composta da stazioni che misurano lo scuotimento effettivo del suolo
durante le scosse, fornendo dati indispensabili per la progettazione
antisismica e la valutazione degli effetti locali.
Nel 2005 veniva quindi
inaugurato nell’Università di Udine il laboratorio di Sicurezza e Protezione Intersettoriale
(Sprint), per contribuire alla prevenzione e alla gestione dei rischi e delle
emergenze derivanti da gravi incidenti, a cui sarebbe stata avvicinata, nel
quarantesimo del terremoto, la SERM Academy (International Training School in Seismic
Emergency Response Management), una scuola internazionale di formazione in
materia di gestione della risposta in emergenza sismica, con un campo di
addestramento operativo nella frazione (mai ricostruita) di Portis vecchio di
Venzone. Infine, nel 2018, sempre all'Università degli studi di Udine, è stata
istituita una cattedra Unesco in Sicurezza
intersettoriale per la riduzione dei rischi di disastro e la resilienza,
ricoperta dal prof. Stefano Grimaz, studioso di fama internazionale in tema di
resilienza alle catastrofi.
***
In conclusione, il portale La
forza della terra ha cercato di documentare la lezione che il Friuli e la
sua popolazione hanno dato all’Italia e al mondo: una ricostruzione da un
evento distruttivo completata in tempi accettabili grazie, senza dubbio, a
finanziamenti cospicui, che non vennero però dilapidati e non diedero vita a
forme estese di corruzione o spreco. È stata una ricostruzione partecipata dal
basso, «repubblicana (in quanto orientata da virtù civiche nell’uso delle
risorse comuni ai diversi livelli di responsabilità dallo Stato all’ultimo
comune (S. Fabbro)», sostenibile sotto il profilo urbanistico, storico e
ambientale, innovativa dal punto di vista tecnico-costruttivo.
Più che i testi di legge che ne
discesero, più che le pur preziose istituzioni che ne scaturirono e le
esperienze organizzative e tecniche di cui è stato fatto tesoro, l’eredità
principale del dramma del 1976, e della rinascita che ne seguì, è qualcosa di
molto meno materiale ma non per questo meno importante. È l’idea che da una
catastrofe come quella che colpì il Friuli tra maggio e settembre 1976, uccise
990 persone, distrusse decine di migliaia di edifici e interi paesi, che da
un’esperienza simile si esce solo cercando di tenere unite le comunità,
rispettando le persone, prestando attenzione ai valori, ai diritti, alle
relazioni sociali, allo spirito civico.
Una lezione preziosa di
solidarietà, impegno personale, partecipazione corale e rispetto civile è,
prima e più di altre cose, ciò che rimane del terremoto.