L’avvio
della fase della ricostruzione fu il primo significativo momento in cui mondi
della politica, da una parte, e dei tecnici, dall’altra, dovettero confrontarsi
e trovare soluzioni condivise, per passare dall’emergenza alla ricostruzione.
Anche se
la legge regionale promulgata immediatamente dopo la prima scossa, la n. 15
del 10 maggio 1976, all’art. 6, concedeva l’erogazione di contributi «per
la riparazione e la ricostruzione, anche sostitutiva» di abitazioni private
distrutte o gravemente danneggiate, dalla successiva legge regionale, la n.
17 del 17 giugno (Interventi di urgenza per sopperire alle straordinarie
ed impellenti esigenze abitative delle popolazioni colpite dagli eventi
tellurici del maggio 1976 nel Friuli-Venezia Giulia)il termine
‘ricostruzione’ scomparve. Il legislatore regionale intese infatti limitare gli
interventi alle sole riparazioni ed escludere dal sostegno economico le azioni
destinate alle opere strutturali: ciò soprattutto per evitare di cadere nelle
disposizioni previste dalle leggi antisismiche, in modo da consentire un veloce
passaggio dalle tende alle case riparate.
Nel
vivace dibattito in Consiglio regionale sulla discussione che precedette
l’emanazione di questa legge, la consigliera Cornelia Puppini, personalità di
spicco del Movimento Friuli, ricordando che il provvedimento che ci si
apprestava ad esaminare sarebbe stato solo il primo, e che era indirizzato alle
riparazioni «per risistemare le case che non hanno gravi lesioni», criticò l’esclusione degli interventi strutturali,
nonostante fosse previsto che avvenissero parzialmente a spese dei proprietari.
Puppini richiamò anche l’attenzione sul pericolo rappresentato dalle grandi
imprese e dagli «impresari di vario tipo» desiderosi di «speculare sulle
disgrazie altrui», che già si aggiravano nei comuni dei paesi terremotati.
Anche
Francesco De Carli, consigliere pordenonese del Partito Socialista, rimarcò che
il provvedimento sarebbe stato importante ma «non certo definitivo e non in
grado di sopportare da solo l’evenienza, anche per il solo settore della
ricostruzione delle abitazioni», che sarebbe stato indirizzato alle sole
riparazioni non riferibili agli elementi strutturali dell’abitazione e che
sarebbe stato «accettabile nella misura in cui esso rientra in un piano
organico per la ricostruzione».
Nella
stessa seduta Franco Comuzzi, del PCI, precisò che: «in Commissione non siamo
riusciti ad avere una precisazione se si tratta solamente di un limite di
carattere economico, cioè di sette milioni e mezzo [per unità abitativa],
oppure se accanto a questo esiste anche un limite di non intervento, in
assoluto, sulle strutture per non cadere nelle disposizioni delle leggi
antisismiche e, quindi, probabilmente in più complicati, meccanismi
legislativi».
Non si
dimentichi che come prescritto dal decreto legge n. 227 del 13 maggio 1976
(poi convertito con modifiche dalla legge n. 336 del 29 maggio) i lavori
di riparazione strutturali sarebbero ricaduti nel rispetto delle prescrizioni
della legge 64 del 2 febbraio 1974 (Provvedimenti per le costruzioni
con particolari prescrizioni per le zone sismiche) e del decreto attuativo
del 3 marzo 1975.La legge regionale n. 17 si pose quindi come una
legge ‘cerniera’ per regolamentare gli interventi destinati alle riparazioni
immediate e quella che sarebbe stata la successiva fase della vera
ricostruzione. Si sapeva infatti già che a questo disegno di legge, per guidare
la ricostruzione, ne sarebbero inevitabilmente seguiti diversi altri, ma nel
giugno 1976 si riteneva essenziale intervenire per riportare quanti più
cittadini senzatetto ‘dalle tende alle case’ nel minor tempo possibile; a costo
anche di restringere la possibilità di accorpare gli interventi in operazioni
più ampie, come avrebbero preferito i tecnici, poiché si temeva che questo
approccio potesse limitare sia l’azione dei cittadini danneggiati, sia
le scelte strategiche delle amministrazioni locali.
Come già
detto, per i tecnici l’importante era cercare di evitare grossi errori e
conseguire una buona uniformità nelle valutazioni del danno compiute in
condizioni difficili e in tempi brevi. L’organo regionale decise quindi di
adottare una scheda di accertamento danni elaborata principalmente
dall’ingegnere Marcello Conti e dall’architetto Luciano Di Sopra,
sulla quale i rilevatori dovevano riportare un «giudizio sintetico» sulle
condizioni dell’edificio, catalogabile come ‘distrutto’, ‘non ripristinabile’ o
‘ripristinabile’. In quest’ultimo caso si sarebbe dovuto indicare se si
trattava di un intervento totale o parziale e se fosse o meno necessaria
l’esecuzione di opere strutturali.
Per
valutare la convenienza del ripristino, poi, nella scheda si dava l'indicazione
del valore stimato dell’edificio al 5 maggio e del costo presunto per
l’intervento di riparazione, calcolato come sommatoria dei ‘costi unitari
elementari’ riferiti ai suoi principali elementi costruttivi. In questo modo
venne avviato un elaborato sistema che avrebbe dovuto evitare qualsiasi
indicazione di carattere progettuale da parte dei gruppi di rilevamento; anche
se poi, in sede politica, fu deciso che al verbale di accertamento dovesse
essere aggiunto un foglio contenente le Indicazioni di massima sulle
modalità tecniche dell’intervento di ripristino.Ogni
gruppo di rilevamento era formato da tre tecnici, funzionari pubblici o esperti
iscritti agli albi degli ordini e collegi professionali regionali, affiancati
da colleghi provenienti da tutt’Italia: la punta massima fu di 319 terne
operanti contemporaneamente, e di 957 tecnici.
Nel
novembre 1976, dopo che erano stati nuovamente danneggiati dalle scosse di
settembre 3 mila edifici che erano già stati riparati, la Regione giunse alla
stima di un danno totale per le riparazioni di 210 miliardi di lire, di cui 139
miliardi relativi ai Comuni disastrati, 59 miliardi per i Comuni gravemente
danneggiati e 12 miliardi per i Comuni danneggiati. Una cifra che, se
considerata come quota del PIL italiano dell’epoca, corrisponde a circa 4
miliardi di euro del 2025.
Per gli
edifici meno lesionati, i lavori di riparazione iniziarono spesso anche senza
il rilevamento della terna, tanto che nella citata seduta del 29 maggio si
decise di ammettere al contributo regionale anche le riparazioni eseguite prima
del compimento delle operazioni di rilevamento: è quindi difficile quantificare
il numero delle abitazioni che furono riparate in quell’estate del 1976. In uno
studio sui Costi dei terremoti, Luciano Di Sopra ha quantificato in
oltre 29 mila gli edifici lievemente danneggiati che furono riattati secondo la
legge regionale n. 17, quindi fino alla promulgazione della legge regionale n.
30 nel giugno 1977.
Come si
svolsero, quindi, le riparazioni dell’estate del 1976, in parte poi vanificate
dalle scosse di settembre? Abbiamo visto che all’intervento pubblico e agli
appalti accorpati fu preferito lasciare mano libera alle iniziative individuali
dei singoli cittadini. Gli interventi furono quindi gestiti singolarmente o in
cooperative, spesso con lavori ‘in economia’. Emanuele Chiavola, direttore
della Segreteria Generale Straordinaria, con un giudizio tranchant dirà che fu «un tentativo di ricostruzione a
‘furor di popolo’, in una atmosfera di kermesse […] una sagra di illusioni, di
illusione soprattutto sui tempi».
Tra i
più attivi nell’opera di riparazione furono i gruppi dell’Associazione
Nazionale Alpini (ANA), che allora contava circa 250 mila iscritti:
l’associazione d’arma più numerosa nel Paese. Aggregando le sezioni nazionali, entro la fine di maggio l’ANA aprì undici cantieri di lavoro autonomi e autosufficienti
che entrarono in funzione fra il 2 e il 4 giugno. Da metà giugno a metà
settembre oltre 15 mila alpini in congedo lavorarono nei cantieri, dislocati a
Magnano in Riviera, Attimis, Buja, Gemona, Villa Santina, Majano, Moggio,
Osoppo, Cavazzo, Pinzano. A questi si aggiungerà il cantiere di Vedronza
gestito dalla sezione udinese dell’associazione. Ogni cantiere era affidato
a un gruppo di sezioni della stessa zona, con volontari che si avvicendavano a
turni settimanali. Prima della fine di luglio gli alpini in congedo ripararono
1.097 case, che divennero 3 mila per l’11 settembre. Con il loro lavoro
gratuito ripristinarono anche 76 edifici pubblici e 63 mila m2 di tetti, effettuarono lavori di recupero ambientale e
sistemazioni idrauliche. In quell’estate l’ANA lanciò la campagna ‘Vacanze di
lavoro della fraternità alpina’. «Quest’anno le ferie degli Alpini in
Friuli» era lo slogan, la risposta fu massiccia.
Finita l’estate il legislatore e tutta la comunità
regionale si trovarono costretti
a rivedere le proprie strategie e gli strumenti per
affrontare i nuovi danni causati delle scosse dell’11 e del 15 settembre.
In Friuli siamo già al lavoro, in «L’alpino», 6 (1976), pp. 1-2; A. Rasero, Un bagno
di umanità, in «L’alpino», 7 (1976), pp. 4-7; R.
Ronza, Friuli dalle tende al deserto? Scena e retroscena di una
ricostruzione mancata, Milano, Jaca Book 1976; L. Di Sopra, Il costo
dei terremoti, Tricesimo, Aviani 1992; R. Gentilli, Politica
e tecnica dopo il terremoto friulano, in «Parametro», 251 (2004), pp. 68-72; G. Dri - R.
Gentilli, L’impegno dei professionisti nella prima emergenza, in
«Rassegna Tecnica del Friuli Venezia Giulia», 2 (2016), pp. 23-26; E. Chiavola,
Terremoto
e ricostruzione del Friuli. Qualche utile insegnamento, in
«Rassegna Tecnica del Friuli Venezia Giulia», 4 (2016), pp. 36-39; G. Suraci, La
sicurezza antisismica degli edifici esistenti, in «Rassegna Tecnica
del Friuli Venezia Giulia», 5 (2016), pp. 14-16; A. Cravero, Tra le
macerie del Friuli, in P. Abrami - E. Miani - M. Peron (a cura di),
Sistema
‘76. Sostegno, fiducia e tempo per la rinascita del Friuli terremotato. Il
contributo dei tecnici, [Reana del Rojale (UD)], Chiandetti
editore 2017.