Architettura della ricostruzione: l’edilizia, l’industria e le infrastrutture


In dieci anni la ricostruzione poté dirsi sostanzialmente compiuta. Già nel 1986, intervenendo al convegno ‘1976-1986. La ricostruzione del Friuli’, Francesco Tentori, storico e critico dell’architettura, ne poteva dare un giudizio. Disse che la ricostruzione friulana andava giudicata come una straordinaria prova: «positiva, per come ha saputo amalgamare e impegnare le forze più disparate; positiva, per la celerità dei risultati; positiva – complessivamente – per la qualità media raggiunta».

Non si poteva certo dire altrimenti, visti i risultati ottenuti in un tempo così breve, specie se confrontati con quanto ancora avveniva nel Belice della ‘ricostruzione interminabile’. In Friuli erano state riparate circa 75 mila case e ne erano state ricostruite 16 mila, ad un ritmo impressionante: per il riattamento degli edifici che avevano subito danni lievi occorsero solo tre anni, al ritmo di circa 10 mila alloggi all’anno. Per le riparazioni, invece, il ritmo medio fu di 5 mila edifici l’anno, 1.500 per i nuovi alloggi.

Questo risultato straordinario fu reso possibile da quell’insieme concomitante di fattori normativo-amministrativi e socio-culturali che è stato chiamato ‘Modello Friuli’. Sotto il profilo strettamente ricostruttivo si rivelò fondamentale la standardizzazione di procedure e pratiche – dalla valutazione dei danni e dei costi, alla progettazione secondo i Documenti Tecnici, alle tecnologie edilizie praticabili anche dalle piccole imprese – che consentì di bruciare le tappe. L’obiettivo fu senza dubbio raggiunto anche se, secondo gli studiosi di architettura, a costo di una ‘ricostruzione anonima’ che di fatto riprodusse, quanto meno nelle forme visibili, il preesistente. Pur lodando i risultati, lo stesso Tentori, osservò che nella ricostruzione friulana il moderno, in architettura, «uscì ampiamente sconfitto dal [linguaggio] falso-tradizionale».

Il linguaggio architettonico moderno è oggi restituito, nel Friuli del terremoto, soprattutto da quelli che sono i simboli di una comunità, il municipio e la chiesa, quando però per gli edifici religiosi non fu preferito il restauro o la ricostruzione fedele dell’esistente, soluzioni che furono attuate anche quando non si trattava di straordinarie opere d’arte quali il duomo di Gemona o quello di Venzone.

I dati sulla ricostruzione delle 1.192 chiese dell’Arcidiocesi di Udine forniscono un quadro significativo: il terremoto ne distrusse 114, danneggiandone gravemente altre 234. Danni lievi, invece, vennero riscontrati in ulteriori 484 luoghi di culto. In quella stagione furono abbattuti anche 41 campanili, mentre altri 119 riportarono danni ben più gravi rispetto ai 164 lesionati solo in minima parte.

Tra i nuovi edifici religiosi il risultato non fu sempre convincente, si pensi al labile espressionismo esibito nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Majano. Non mancarono esempi citati tra la migliore architettura ecclesiale, come la chiesa di Sant’Elena a Montenars (progettata da Augusto Romano Burelli e Paola Gennaro, la chiesa di nuova Portis, opera di Emilio e Simonetta Daffarra e la chiesa di San Giorgio a Lusevera disegnata da Gianni, Elena e Giulio Avon.

Le nuove tendenze architettoniche trovarono maggior spazio nei rifacimenti o nelle ristrutturazioni dei municipi; nei 45 comuni disastrati ne vennero ricostruiti 23, due in più rispetto ai 21 riparati. In alcuni casi furono ampliati e trasformati storici palazzi comunali, e anche in questo caso vengono tuttora presi a riferimento gli interventi, non esenti da critiche, progettati dagli architetti Roberto Pirzio Biroli a Venzone, e Giovanni Pietro Nimis a Gemona.

Nelle nuove edificazioni prevalsero i linguaggi del modernismo e, soprattutto, del postmodernismo. Fra gli esempi più riusciti si segnalano i municipi di Cercivento e Montenars di Augusto Romano Burelli – a cui Tentori avrebbe conferito «l’oscar per la ricostruzione» – e quello di Clauzetto di Giuseppe Davanzo, che si inserisce a vari livelli altimetrici nel tessuto storico del paese. Meno riusciti, sempre secondo il giudizio di Tentori, i municipi di Buja degli architetti Giovanni Caprioglio e Alessandro Pertoldeo e quello di Osoppo di Luciano Semerani, Gigetta Tamaro e Adalberto Burelli. Lo studioso espresse un giudizio negativo pure sul nuovo municipio di Artegna, si astenne dal farlo sull’ampliamento del municipio di Sutrio firmato da Gino Valle e sul nuovo municipio di Trasaghis progettato da Arnaldo Zuccato. Entrambi gli interventi erano stati realizzati in anni precedenti al sisma.

Esemplare fu anche la ricostruzione degli stabilimenti industriali. A Majano fu necessario apportare alcune modifiche strutturali alla palazzina uffici della ditta Snaidero, considerata uno dei simboli del ‘moderno’ friulano. L’edificio era in costruzione e il suo scheletro, ancora privo dei celebri oblò, continua a non passare inosservato nelle immagini di Majano distrutta. In soli due anni, nella stessa area industriale, due nuovi fabbricati, con struttura metallica, sempre progettati da Angelo Mangiarotti, vennero adibiti a centro per le esposizioni e i servizi sociali. Un ulteriore edificio espositivo fu progettato dall’architetto Alessandro Vittorio, che ricorse a forme geometriche particolari per renderlo appariscente agli automobilisti in transito. Se il terremoto risparmiò il centro servizi e uffici progettato da Gino Valle alla Fantoni di Rivoli di Osoppo, completato nel 1975, a Gemona distrusse lo stabilimento delle Manifatture che fu ricostruito in un solo anno, seguendo il razionale progetto che distingueva le unità di produzione da quelle di servizio, firmato dall’architetto udinese Emilio Mattioni. Le strutture reticolari in metallo, affiancate a quelle in calcestruzzo armato, resero lo spazio estremamente flessibile e ampliabile in seguito.

Concepita dal legislatore come motore di sviluppo, la ricostruzione del Friuli si caratterizzò anche per le architetture dei viadotti del tratto autostradale Udine-Tarvisio e delle infrastrutture sulle strade statali 13 e 251 progettati da Silvano Zorzi, uno dei più famosi strutturisti italiani. Nell’ambito dell’ammodernamento della ferrovia Pontebbana, in parte sopraelevata per eliminare i passaggi a livello, negli anni Novanta, Alberto Antonelli progettò il nuovo fabbricato viaggiatori della stazione di Gemona.

In questo contesto si inserirono gli aiuti garantiti dal vicepresidente degli Stati Uniti Nelson Rockefeller III dopo la sua visita in Friuli. In tempi brevi il Congresso USA stanziò 25 milioni di dollari, circa 21 miliardi di lire, erogati dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale USAID (United States Agency for International Development). Tra la fine di maggio e gli inizi di giugno il direttore del programma Arturo Giovanni Costantino arrivò in Friuli con un gruppo di esperti e tecnici statunitensi per impiegare i fondi. Un milione di dollari venne destinato all’acquisto di medicinali e forniture di emergenza, mentre i restanti 24 furono vincolati alla costruzione di scuole e centri anziani. In prima battuta la progettazione degli interventi interessò le case di riposo di San Daniele, Majano, Osoppo e Magnano in Riviera e di scuole a Buja, Faedis, Gemona, Maniago, Osoppo, San Daniele, Travesio e Majano.

In seguito alle scosse del settembre, il Congresso stanziò altri 25 milioni di dollari, a cui ne aggiunse altri 3 per compensare i danni subiti nella provincia di Pordenone, dove si trova la base aeronautica americana di Aviano. Il secondo programma finanziato con i 55 milioni di dollari stanziati complessivamente dagli USA, corrispondenti oggi a circa 200 milioni di euro, prevedeva la costruzione di cinque edifici scolastici ad Aviano, Cividale, Maniago, Sacile e Spilimbergo, altri tre centri anziani a Buja, Pordenone e Villa Santina e una casa dello studente a San Pietro al Natisone. Per decisione statunitense, i finanziamenti furono assegnati in gestione direttamente dall’Associazione Nazionale Alpini (ANA), mentre la realizzazione delle opere fu affidata alla filiale italiana della impresa statunitense Austin company.

Tutti i progetti, assegnati a professionisti italiani e statunitensi, dovevano seguire «i più recenti concetti americani nella progettazione antisismica». La scelta fu di alto profilo e ricadde sugli studi Mitchell/Giurgola del romano Romaldo Giurgola associato a Ehrman B. Mitchell e di Renato Severino con Sergio Alessiani. Furono chiamati a esprimersi pure Gianni Avon, unico professionista friulano, e i milanesi Marco Zanuso, Giancarlo De Carlo con Fausto Colombo, Vico Magistretti, Umberto Riva e Luisa Anversa. Pur lasciando massima libertà, ai progettisti venne chiesto di adottare un linguaggio tradizionale, rispettoso dell’architettura friulana.

Tra gli interventi architettonici esemplari non si possono dimenticare alcuni lavori di Gino Valle, in particolare il quartiere di edilizia popolare a Buja, finanziato dall’Associazione Industriali, e le ricostruzioni del tessuto urbano a Santo Stefano di Buja e a Gemona. A Gemona, di fronte all’isolato di Valle, si trova l’edificio della Banca popolare, progettato inizialmente da Carlo Scarpa e, dopo la sua morte, portato a termine da Luciano Gemin. Incaricato della ricostruzione dell’istituto di credito su un’area maggiore dell’originale, anche in assenza di vincoli Scarpa decise ugualmente di ripristinare la volumetria del distrutto palazzo Pontotti, con il tetto a falde, affiancandogli un corpo caratterizzato da grandi lucernari.