Come superare una catastrofe


Considerata in relazione alla capacità di reagire ad un terremoto, la resilienza non dipende solo dalla risposta nella fase acuta dell’emergenza, né nella capacità di gestire in modo efficace il recupero; essa è fortemente influenzata dalla preparazione del territorio all’evento catastrofico.

Da questo punto di vista, il Friuli, alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, non disponeva di alcun presidio specificatamente pensato per attenuare i danni di un terremoto e far fronte all’emergenza: il suo patrimonio abitativo era in larga parte quello delle società ad agricoltura tradizionale e il pericolo del terremoto, nonostante la sismicità storica dell’area, era percepito dalla maggioranza della popolazione, e anche dalle autorità, come una fatalità. In questa impreparazione, il Friuli Venezia Giulia non era di certo, tra le regioni italiane, un’eccezione: eventi allora di poco recenti come il terremoto del Belice (1968) o lontani nel tempo ma straordinariamente distruttivi come il sisma di Messina (1908, 7,1 Mw), la più grande catastrofe naturale della storia europea per numero di vittime, non avevano generato strutture scientifiche o organizzative specifiche per far fronte alle catastrofi sismiche. La prima legge sulla Protezione civile – nata a seguito dell’esperienza dell’alluvione di Firenze del 1976 - era del 1970, ma non disponeva ancora degli indispensabili regolamenti attuativi.

Due elementi vanno prima di tutto considerati per provare a spiegare la straordinaria reazione all’impatto del terremoto dimostrata. In primo luogo un fatto molto concreto: sul territorio del Friuli, posizionato all’estremo nord-est della penisola italiana e al confine con la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, erano dislocati circa 100 mila uomini dell’esercito italiano, che consentirono di mobilitare molte migliaia di soldati già dalle prime ore dopo la scossa del 6 maggio e di mettere a disposizione sul territorio, per molti mesi, un numero considerevole di uomini, che furono presto adeguatamente attrezzati e in grado di operare in modo autonomo e organizzato.

Il secondo elemento è di carattere più culturale, se non addirittura psicologico. Il Friuli Venezia Giulia aveva attraversato nei sessant’anni precedenti al sisma due devastanti conflitti bellici. La Prima guerra mondiale aveva avuto proprio qui il suo epicentro: le sue distruzioni, dalle Alpi all’Adriatico, erano state immani, anche perché dopo Caporetto l’intera regione fino al Piave era stata invasa e sottomessa per un anno ad un durissimo regime di occupazione. Non ancora ripresi dallo sconvolgimento della Grande guerra, i friulani avevano patito il secondo conflitto mondiale, con venti mesi di occupazione straniera, l’annessione di fatto al Terzo Reich hitleriano, e una lotta resistenziale fiera ma onerosissima. L’esperienza storica di queste dure prove fu per la popolazione friulana un bagaglio psicologico fondamentale: spinse ad affrontare la tragedia del terremoto in modo reattivo, senza rassegnazione, cercando di tradurre la sofferenza in stimolo e motivazione per ricostruire il futuro.

I due principi su cui la ricostruzione venne immaginata si rivelarono criteri costitutivi di un’idea consapevole di resilienza. Il motto secondo cui il Friuli doveva rinascere ‘dov’era e com’era’ fu una prima indicazione di come reagire. Decidere di ricostruire i paesi sulle fondamenta di ciò che era stato distrutto, e non altrove, significò mettere in primo piano la continuità delle comunità e la permanenza degli abitanti sui luoghi; volle dire investire i cittadini della responsabilità di creare, per sé e per i propri discendenti, la comunità del futuro. Naturalmente ricostruire esattamente ‘com’era’ si sarebbe rivelato non solo impossibile, ma antistorico e pericoloso. Così, sulla base delle conoscenze più aggiornate del tempo, attraverso un’operazione di estesa standardizzazione tecnica, vennero adottate tecniche antisismiche per il rifacimento degli edifici, che furono perfezionate anche sulla scorta dell’esperienza maturata in loco. Fu un gigantesco learning by doing, in cui tecnici, professionisti e maestranze impararono facendo.

La risposta, in generale, non fu rigida, ma si adattò alla situazione che andava man mano creandosi. Fondamentale fu, ad esempio, la lezione appresa dopo il primo avvio della ricostruzione che partì dopo la scossa di maggio, e che fu brutalmente interrotto, e in qualche modo sconfessato, dalle scosse di settembre. Si capì che la promessa o illusione di passare in tempi brevi ‘dalle tende alle case’ avrebbe pregiudicato la qualità della ricostruzione ed esposto il territorio a pericoli futuri. Si trattò, in buona sostanza, di ciò che gli specialisti chiamano ‘resilienza evolutiva e trasformativa’: una risposta in grado di adattarsi all’evoluzione dei problemi, aprendosi agli apporti esterni, con l’obiettivo di non portare a compimento qualcosa che non doveva rivelarsi utile nel breve periodo, ma per le generazioni future. Esemplare fu, in questo senso, la ricezione delle tecniche costruttive antisismiche che erano state già sperimentate nella ex-Jugoslavia, e il cui contributo fu significativo.

Anche il secondo principio-guida della ricostruzione, che scaturì anch’esso dal basso, cioè dall’umore della popolazione, vale a dire ‘prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese’ conteneva un indirizzo prezioso: l’idea che la ricostruzione e lo sviluppo economico e sociale dovessero essere promossi congiuntamente. Già nel documento approvato all’unanimità dal Consiglio regionale il 1° febbraio 1977 veniva fatto un richiamo al Piano Urbanistico Regionale Generale (PURG) redatto immediatamente prima della catastrofe. Si raccomandava la saldatura della ricostruzione con il disegno generale di sviluppo dell’intero Friuli Venezia Giulia. Al perseguimento di tale obiettivo parallelo, come si vedrà, concorsero vari fattori, tra cui il carattere particolarmente aperto e proattivo dell’imprenditoria industriale friulana, in buona parte giovane e in fase di espansione, che colse il terremoto come una sfida alla quale reagire orgogliosamente.

Un’altra lezione che è possibile trarre dall’esperienza del 1976 in Friuli, e degli anni che seguirono, è che la ricostruzione di un territorio così profondamente colpito non può concentrarsi solo sugli edifici ma deve tenere in forte considerazione la messa in sicurezza del territorio nel suo complesso: tramite strumenti urbanistici che devono definire come e dove riedificare, grazie a interventi specifici di ingegneria civile, di geologia tecnica e idraulico-forestale per consolidare strutture e infrastrutture con il fine di prevenire frane e dissesti a venire.

Anche la particolare attenzione posta alla conservazione, e in certi casi alla ricreazione, dei luoghi di socializzazione fu una componente determinante della ricostruzione. Tale cura per il contesto comunitario e delle relazioni si manifestò sin dall’inizio, nella fase dell’emergenza e della post-emergenza, nell’organizzazione delle tendopoli, dei villaggi di roulotte, degli insediamenti provvisori, nella sistemazione delle migliaia di sfollati nelle località di villeggiatura durante l’inverno 1976-1977: ovunque fu data una massima attenzione a prevedere spazi comuni dove le persone, soprattutto coloro che durante la giornata non si recavano al lavoro, potessero incontrarsi, condividere le ore, evitare di sprofondare nella solitudine e nell’afflizione del ricordo delle persone che erano scomparse. Ricostruire un territorio dopo un terremoto o dopo un qualsiasi shock - questo è l’insegnamento - non è solo il rimettere in piedi i muri, far funzionare gli uffici o le fabbriche, né mantenere genericamente coesa una comunità: è prestare attenzione allo spirito delle singole persone, prendersi cura dei più fragili e di coloro che restano soli. In tutto ciò, la presenza e l’altruismo di migliaia e migliaia di volontari che in quei mesi così difficili dedicarono il proprio tempo per stare vicino alle friulane e ai friulani è stato uno dei momenti più alti della storia della nostra comunità nazionale.

Le logiche della ricostruzione post-sisma, ha riflettuto Stefano Grimaz, «hanno anticipato quello che oggi le politiche delle Nazioni Unite chiamano Build Back Better (ricostruire meglio), nelle quali il recupero non è visto come ritorno a uno stato in cui tutto è come prima, ma come l’occasione per migliorare le cose, puntando a nuovi obiettivi e nuovi standard di sviluppo e qualità della vita. In pratica, il processo di ricostruzione fu un’applicazione ante litteram di resilenza trasformativa». Con il proseguimento dell’autostrada A23 nel tratto Stazione della Carnia-Coccau, con il raddoppio della linea ferroviaria Pontebbana, con gli investimenti stradali e infrastrutturali anche al di fuori dell’area direttamente colpita, la ricostruzione post-terremoto ha costituito un motore di cambiamento, un acceleratore di dinamiche di evoluzione del territorio.

Naturalmente, come in tutte le trasformazioni repentine non tutto poté essere mantenuto o conservato: non poco, soprattutto nei primi momenti, venne abbattuto e mai più ricostruito; né tutti gli apporti del ‘moderno’ si sono rivelati di eguale qualità e significato. Un altro elemento problematico che viene raramente considerato è il costo complessivo, per i patrimoni delle famiglie e degli individui, della ricostruzione civile. Oltre alle sovvenzioni ricevute dallo Stato, molte famiglie investirono nella casa tutti i risparmi individuali di una vita e buona parte delle energie lavorative personali; molte si indebitarono, riducendo in questo modo la possibilità di destinare somme a investimenti produttivi o ai consumi. C’è stata, in qualche modo, nel Friuli post-terremoto, una sorta di ‘pietrificazione della ricchezza’, o quanto meno del risparmio, che contenne anche risvolti negativi.

Molti dei centri che furono ricostruiti sulla pianta del vecchio disegno urbanistico si aprirono dagli anni Novanta a quella proliferazione urbanistica indiscriminata che ha interessato molte aree della Pianura Padana orientale, segnate dall’ampliamento continuo delle aree edificate, da un uso intensivo in termini industriali e commerciali del territorio. Questa, tuttavia, era una sorte che sarebbe probabilmente toccata comunque al Friuli, al pari di quanto è avvenuto in tutte le aree del Paese che sono entrate più lentamente nello sviluppo economico moderno ed hanno quindi attraversato nell’ultimo quarto del Novecento una fase di più intensa e stravolgente trasformazione.