Modello Friuli


L’espressione ‘Modello Friuli’ è entrata in uso da quando si rese evidente che, a meno di quindici anni dal sisma, la ricostruzione del Friuli terremotato stava per essere portata a termine. Il termine ‘modello’ dovrebbe indicare la replicabilità dell’esperienza, invece, più passa il tempo, più il Modello Friuli di come si affronta un’emergenza e una ripresa post-terremoto appare qualcosa di irripetibile, legato a condizioni non riproducibili, e che in ogni caso non si sono ritrovate nei terremoti dell’Irpinia (1980) e dell’Aquila (2009), gli unici paragonabili per entità e danni a quello del Friuli nel 1976.

Tra le varie componenti del Modello Friuli l’elemento che a cinquant’anni di distanza colpisce maggiormente è il decentramento che, a più livelli, lo rese possibile. Sotto il profilo legislativo e amministrativo lo Stato investì la giovane Regione di una piena e reale autonomia; l’ente regionale addossò a sua volta in toto ai Comuni responsabilità e funzioni oggi impensabili, dalla predisposizione dei Piani urbanistici particolareggiati alla gestione delle sovvenzioni per l’edilizia privata. Fu, così, realmente una ricostruzione ‘dal basso’ che ha rappresentato un esempio pressoché unico e riuscito, nella storia di uno Stato centralista per struttura e tradizione, di sussidiarietà regionale.

Inteso in un senso più ampio, che rende meglio ciò che accadde, il Modello Friuli consistette tuttavia in una straordinaria unità di intenti, animata da un forte senso di appartenenza alla propria terra, alla quale contribuirono varie componenti della società friulana: la Chiesa, sia nelle gerarchie che nel basso clero, gli intellettuali, i movimenti e i partiti politici, i sindacati, oltre naturalmente alle classi dirigenti amministrative, economiche, politiche.

Non ovunque e non in ogni ambito il Modello Friuli funzionò o riuscì al meglio. Sotto il profilo urbanistico la scelta di ricostruire ‘com’era dov’era’ ebbe esiti difformi, più pregevoli nei piccoli centri storici e meno nelle aree esterne ad essi. Mancò poi un raccordo efficace tra la progettualità post-terremoto e il Piano urbanistico regionale generale che era in approvazione proprio nei mesi del sisma. Infine, è giusto chiedersi se la straordinaria esperienza post 1976 sia stata adeguatamente valorizzata nella vita amministrativa della Regione e dei Comuni.