Gli
interventi e le procedure seguite per la ricostruzione dei centri storici di
Gemona e di Venzone sintetizzano al meglio la linea seguita per mantenere
l’assetto urbanistico dell’area terremotata e contribuire così alla sua
rinascita, diventando uno degli elementi distintivi del Modello Friuli.
Dopo
aver stabilito i criteri e le procedure per l’assegnazione
dei fondi, la Regione sospese l’iter approvativo del Piano Urbanistico
Regionale Generale (PURG) per la zona colpita dal sisma e delineò la strada da
seguire attraverso l’approvazione delle leggi regionali n. 33 del 1976 e n. 63
del 1977: entrambi i provvedimenti prefigurarono una ricostruzione guidata
dagli strumenti urbanistici e, in particolare, dai Piani particolareggiati
predisposti dai Comuni. Fu soprattutto la legge regionale n. 63 ad introdurre
diverse novità, in primo luogo, come ebbe modo di spiegare l’architetto Giorgio
Dri, attribuendo ai Piani particolareggiati le «funzioni di varianti dei piani
regolatori o dei programmi di fabbricazione quando non risultavano conformi a
quanto previsto dallo strumento superiore. Allo stesso modo l’approvazione dei
Piani particolareggiati equivalse a dichiarazione di pubblica utilità e di
indifferibilità e urgenza di tutte le opere e impianti previsti dallo stesso».
La
pianificazione urbanistica svolse un ruolo indiscutibile nella fase della
ricostruzione, come dimostrò una ricerca condotta dal Cnr per conto del
Consorzio regionale tra le cooperative di progettazione del Friuli Venezia
Giulia (Con-coop). Lo studio riconobbe l’importanza del lavoro svolto in
simbiosi dai professionisti e dalle amministrazioni pubbliche nell’elaborazione
di piani rispettosi degli aspetti derivanti dalla proprietà fondiaria e dalle
stratificazioni storiche dei luoghi. La cosiddetta pianificazione ‘a cascata’
semplificò l’intero percorso. Fu una scelta strategica che, come spiegò
l’assessore regionale alla Ricostruzione Salvatore Varisco, consentì di avviare
immediatamente la «pianificazione attuativa, scindendola dal rapporto
subordinato gerarchicamente a quella generale urbana e comprensoriale nel
quadro degli indirizzi e delle metodologie del Piano Urbanistico Regionale».
A Gemona, ad esempio, il piano definì l’assegnazione delle
proprietà e la prefigurazione morfologica del progetto edilizio. A Osoppo,
invece, lo strumento urbanistico venne articolato in un piano-quadro per
passare poi a un livello di specificazione urbanistica e alla definizione
planivolumetrica, mettendo mano solo alla fine all’assetto fondiario. Analoghe
procedure furono attuate ad Artegna e Buja mentre a Tarcento, unico caso in
regione, la ricostruzione del ‘Comparto B2’ (un’area del centro storico) fu oggetto
di un concorso di idee: un gruppo di proprietari, tra i quali il Comune,
costituito in consorzio, invitò quattro noti professionisti a presentare una
loro proposta. Vinse il progetto dell’architetto udinese Gianni Avon, a cui fu
poi affidata la realizzazione di uno degli edifici.
Il Piano particolareggiato di ricostruzione dell’area
centrale di Gemona fece immediatamente propria l’applicazione del ‘dov’era
com’era’ rispettando la linea dei fronti edilizi (indicata con il tratteggio o
con linea continua a seconda che avesse valore indicativo o prescrittivo per la
costruzione dei nuovi volumi), la forma del lotto e del fronte stradale,
configurando in verticale e in orizzontale l’idea del contesto. Il piano
privilegiava elementi edilizi lineari e coerenti, stabilendo la sagomatura ortogonale
dei corpi di fabbrica (per favorire l’allineamento continuo dei fronti e la
fattura regolare dei tetti), l’incorniciatura lapidea dei fori (per
condizionare le loro dimensioni e il rapporto di pieni e di vuoti nelle
facciate alla proporzione tradizionale), e la finitura esterna ristretta al
semplice intonaco.
L’obiettivo non era rifare la vecchia Gemona: «Il tempo
straordinario, fluido, eccezionale, del dopo catastrofe – spiegò l’architetto
che firmò il Piano, Giovanni Pietro Nimis – suggeriva di evitare soluzioni
‘chiuse’, che si sarebbero rivelate arbitrarie nel delicato compito di
ricostruire una città rasa al suolo mantenendone la memoria». Il Piano pensato
da Nimis affrontava gli elementi essenziali urbani, ad esempio l’agibilità
interna dei volumi, rinviava le decisioni non necessarie né urgenti per specificare
invece le opere da eseguire all’interno dei volumi edilizi visto che la
concessione del finanziamento pubblico pretendeva un maggiore dettaglio.Per superare le complessità derivanti
dall’elevato livello di stratificazioni delle proprietà nel centro storico fu
definita, sulla base dell’analisi dei fogli catastali, una griglia morfologica
nella quale vennero inseriti gli interventi unitari che potevano aggregare
all’interno di un medesimo perimetro, in aree unitarie, più particelle.
Altrettanto determinante per la rinascita di Gemona fu
l’avvio della progettazione edilizia partecipata. Coinvolti in una serie di
incontri, i proprietari di ogni area unitaria decisero quasi subito di
associarsi per affidare un appalto congiunto ad un’unica impresa. Centrale fu
il ruolo svolto dagli architetti, che dovettero mediare e comporre tante
singole richieste individuali, raccogliendo i bisogni espressi dai cittadini e
restituendoli in forme praticabili, affinché tutti se ne potessero appropriare,
riconoscendole. Secondo molti professionisti si trattò di un’esperienza
irripetibile, che costrinse ad uscire dall’ideazione al tavolo da disegno,
spesso appiattita su canoni estetici, per trasformare la progettazione in una
sorta di terapia sociale ‘ansiolitica’.
Il borgo medioevale di Venzone, monumento nazionale dal 1965,
è un altro esempio di ricostruzione riuscita. Raso al suolo dal terremoto, fu
rifatto interamente ‘com’era’, con le stesse pietre, per anastilosi: divise per
palazzo e per zona, seguendo i criteri fissati in un vero e proprio piano di
recupero, le macerie vennero trasferite ai Rivoli Bianchi, in un’area
all’esterno del paese. Ogni pietra, comprese le tremila del duomo, venne
catalogata e riutilizzata nella ricomposizione del borgo storico.
La partecipazione popolare fu determinante per la rinascita
‘filologica’ di Venzone sollecitata, nell’agosto 1977, dai venzonesi attraverso
una raccolta di firme, dal Comitato costituito, il 19 marzo dello stesso anno,
e dal Comitato di Coordinamento per il Recupero dei Beni Culturali (CCRBC) di
Venzone, operativo dal 7 maggio 1976. Ai vertici del movimento popolare ci
furono il professor Remo Cacitti e l’insegnante Miriam Calderali, e un gruppo
straordinario di intellettuali, senza il cui apporto la ricostruzione avrebbe
probabilmente preso un’altra strada.
Forte del vincolo ministeriale presente dal 1965, della
documentazione esistente e della decisione assunta dal Comitato di settore del
Consiglio nazionale dei beni culturali e ambientali nel dicembre 1977, il
Comune bocciò l’idea di procedere alla ricostruzione del centro con l’utilizzo
di moduli residenziali prefabbricati. Fece invece proprio il progetto campione
avanzato dal Comitato 19 marzo, in contrapposizione alla proposta emersa dal
concorso di idee indetto dalla Provincia di Udine e dall’Associazione italiana
prefabbricatori. Il ‘Piano
particolareggiato per la ricostruzione del centro storico di Venzone’, redatto dal professore Romeo
Ballardini, già componente del Comitato di settore del Consiglio nazionale dei
beni culturali, fu adottato il 23 aprile
1980 e definitivamente approvato dalla Regione il 19 luglio 1980. Nel frattempo, nel
dicembre 1979, era diventato operativo l’Ufficio del centro storico con
funzioni di coordinamento della ricostruzione, diretto dallo stesso Ballardini.
Il piano definitivo si basò su una scrupolosa indagine
conoscitiva dell’abitato, derivata dai catasti storici e dalla documentazione
pre-sisma confrontata con i rilievi eseguiti dopo le distruzioni. La
progettazione esecutiva delle insule del centro storico entrò nel dettaglio di
ciascuna opera, dalle fondazioni e dalle murature fino ai particolari
costruttivi, ai serramenti o alle pavimentazioni degli androni. Per evitare
lungaggini e garantire l’uniformità degli interventi all’interno delle insule,
il Piano particolareggiato aveva previsto di procedere con l’esproprio
temporaneo delle proprietà, l’esecuzione degli interventi e la riassegnazione
delle abitazioni, a lavori ultimati, agli aventi diritto che, comunque, ebbero
la loro casa molto dopo rispetto ad altri terremotati.
Esemplare fu anche la ricomposizione del duomo di Venzone. Le
pochissime parti superstiti furono consolidate e restaurate, mentre i blocchi
lapidei delle pareti perimetrali furono recuperati dalle macerie e, grazie ai
rilievi fotogrammetrici esistenti, furono riconosciuti e ricollocati nella
posizione esatta dove si trovavano prima del crollo, integrando la parziale e
residuale ricostruzione con il recupero delle murature e l’impiego di nuovi
materiali (anche calcestruzzo armato con armature).
Venzone rimane un caso di studio sempre attuale, al punto da
diventare un laboratorio a cielo aperto: lo conferma l’istituzione della Scuola
antisismica internazionale, SERM Academy (Sismic Emergency Response
Management), voluta dalla Regione, dall’Università di Udine, dall’Associazione
Comuni terremotati e sindaci della ricostruzione del Friuli e dai Vigili del
fuoco. Inaugurata dieci anni fa, il 7 maggio 2016, nel vecchio abitato di
Portis, abbandonato perché minacciato da una frana, la Scuola utilizza i ruderi
degli edifici distrutti dal terremotoper
consentire agli esperti di mettere a punto le tecniche di prima emergenza e
messa in sicurezza.