Fissato il principio che l’impianto
territoriale doveva rimanere quello tradizionale, il dibattito si spostò
sull’opportunità o meno di adottare nuove tecniche edilizie per la
ricostruzione e su come rendere antisismici gli interventi di ripristino delle
murature in pietra dell’edilizia tradizionale. Se bisognava ricostruire ‘dov’era’,
riedificare ‘com’era’, in una terra sismica, sarebbe stato del tutto insensato,
avrebbe esposto la popolazione a nuove tragedie.
Un primo concorso nazionale di idee sul
tema: «Tipologie abitative e procedimenti tecnici per la ricostruzione delle
abitazioni distrutte dal sisma del 6 maggio 1976 in Friuli», venne bandito
nell’agosto 1976, prima delle scosse di settembre. Indetto dalla Regione
Piemonte (con la consulenza del Politecnico di Torino e dell’Istituto di
architettura di Venezia), prevedeva una «immediata sperimentazione con
realizzazione di alcuni prototipi a spese e cura del Comitato promotore». Le
proposte, si leggeva sul bando, «dovranno prevedere la più larga utilizzazione
della manodopera locale». Di questo concorso non si ha notizia dei
partecipanti, né dei vincitori, si sa solo che fu visto come una irrispettosa
ingerenza verso il Friuli da parte di una regione amministrata da un diverso
schieramento politico.
Il tema delle tecniche ricostruttive con
elementi prefabbricati fu invece affrontato, a ridosso della seconda scossa di
settembre, nel convegno Friuli edilizia industrializzata per una rapida
ricostruzione, tenutosi a Udine dal 24 al 29 settembre 1976 e organizzato
dalla Provincia e dall’Associazione Italiana Prefabbricazione per l’Edilizia
Industrializzata (AIP). Furono esaminate le possibilità che
l’industrializzazione edilizia poteva fornire alla ricostruzione: con l’esposizione
di una serie di plastici di progetti di eventuali specifici interventi vennero
illustrate le alternative tecnologiche, tipologiche, produttive e organizzative
disponibili e considerate in grado di risolvere i problemi più o meno complessi
dell’edilizia di grandi dimensioni.
Fu portata all’attenzione degli
operatori, e soprattutto dei politici, la possibilità di riadattamento del
patrimonio edilizio danneggiato attraverso elementi industrializzati con
requisiti antisismici. Durante i lavori del convegno, si distinsero gli interventi
di due professionisti friulani: l’architetto Domenico
Bortolotti e l’ingegnere Marcello Conti.
Secondo Bortolotti, anziché continuare a pensare a un’industrializzazione
edilizia “a ciclo chiuso”, come un sistema inclusivo di progettazione e messa
in opera, sarebbe stato preferibile adottare un sistema “aperto”,
caratterizzato dalla realizzazione di componenti di serie utilizzabili in
qualsiasi progetto da qualsivoglia progettista, e posti in opera da imprese di
montaggio. Pure Marcello Conti ribadì la necessità di una nuova visione dei
problemi urbanistici e delle costruzioni, assieme all’attenta e corretta
valutazione di tutti quei fattori che definiscono la «macrostruttura» urbana e
la «microstruttura» costruttiva. Il compito dell’industrializzazione edilizia
sarebbe stato quello di soddisfare tutti i requisiti di ordine culturale,
economico e sociale che stavano alla base della volontà di ricostruire il
Friuli nel pieno rispetto delle sue caratteristiche ambientali.
Il confronto sui diversi metodi di
utilizzo della prefabbricazione non si esaurì con il convegno. Seguì, agli
inizi dell’anno seguente, un Concorso di idee per la ricostruzione del
Friuli, indetto da AIP e Provincia di Udine e patrocinato dal Commissario
straordinario di governo, dalla Regione e dal Consorzio degli istituti autonomi
case popolari. Entro il 15 giugno 1977 gruppi di progettisti in associazione a
imprese edili o industrie della costruzione presentarono gli elaborati «per la
progettazione di sistemi edilizi destinati alla ricostruzione del Friuli nel
rispetto delle esigenze e delle tradizioni abitative del suo territorio». Il
bando prevedeva la premiazione di cinque progetti e la segnalazione di altri
cinque sistemi edilizi “flessibili”, adeguati alle diverse esigenze del
territorio, che richiedeva interventi sicuri ed efficaci. Tra le 68 proposte
presentate, furono premiate le soluzioni presentate da Bruno Morassutti e dal gruppo di Augusto
Romano Burelli, Paola Gennaro e Nino Tenca Montini. Tra i progetti
segnalati quelli di alcuni grandi nomi dell’architettura internazionale: Renzo Piano e Peter Rice con Ove Arup & partners; lo Studio BBPR con Lodovico
Belgioioso assieme all’udinese Nani Valle;
Federico Marconi con Vittorio Zanfagnini; il gruppo composto da Giuliano
Parmegiani, Lorenzo Giacomuzzi Moore e Anna Buffa.A completare una
partecipazione ampia e qualificata, va ricordata la presenza del gotha
dell’ingegneria italiana dell’epoca: Silvano
Zorzi che si unì per l’occasione all’impresa Rizzani di Udine; Riccardo Morandi; Sergio Musmeci nel gruppo di Domenico Bortolotti; Roberto Guiducci, l’urbanista che mesi prima
aveva proposto la realizzazione di una città lineare tra Udine e Pordenone,
assieme a Leonardo Fiori. Scorrendo i
partecipanti si ritrovano anche l’artista Giuseppe
Zigaina assieme a Luciano Di Sopra in
un gruppo che accorpava imprese edili italiane e jugoslave.
A fronte di un concorso così
qualificato, per risultati e presenze, nel processo di ricostruzione del Friuli
terremotato la prefabbricazione restò di fatto solo sulla carta. Le forme
proposte dai blasonati architetti nulla avevano a che fare con l’architettura
tradizionale tanto invocata da chi chiedeva a gran voce un Friuli ‘dov’era,
com’era’. Così, nel giugno 1980, il «Corriere dell’economia», supplemento
economico al «Corriere della Sera» avrebbe titolato: «Nemmeno il terremoto è
riuscito a far decollare la prefabbricazione». La ricerca sulla
prefabbricazione pesante affrontata da Bruno Morassutti nel suo progetto
vincitore troverà applicazione solo due anni dopo il concorso, nel 1979, non
troppo distante dal Friuli terremotato, nella realizzazione di un quartiere
residenziale a Staranzano, in provincia di Gorizia.
Per aiutare i professionisti sulle
tecniche da adottare nel ripristino degli edifici, nel 1976 il Centro di
ricerca applicata e documentazione della Camera di commercio di Udine (CRAD) in
collegamento con l'Istituto per la ricerca sui materiali e le strutture (Zavod
za raziskavo materiala in konstrukcij) di Lubiana (ZRMK) costituirono il
«Servizio di sperimentazione e divulgazione delle tecniche di ripristino
strutturale degli edifici» che pubblicò e diffuse dei prontuari che attingevano
alle avanzate esperienze jugoslave. Vi
venivano dettagliate le tecniche consigliate per rafforzare le murature in
pietra attraverso l’impiego di tiranti in acciaio, di iniezioni di malte
leganti, e di una loro maggior coesione con gli elementi strutturali in legno
(solai e coperture).
Alla pubblicazione dei quaderni del CRAD
fece seguito a Udine, dal 17 al 22 gennaio 1977, un Seminario sulle tecniche
slovene di riparazione degli edifici organizzato da CRAD e ZRMK con il
sostegno della Regione autonoma. Fu un incontro internazionale nel quale
vennero illustrate le regole e le prassi messe in atto dai tecnici sloveni per
il recupero antisismico degli edifici in muratura, che erano state sperimentate
anche nei piccoli borghi delle Valli del Natisone nell’estate-autunno del 1976,
quando squadre di tecnici del servizio civile della Repubblica slovena furono
ospitati dagli abitanti della Slavia friulana con l’intento di trasmettere le
tecniche da loro messe a punto. Poiché quelle tecniche si erano rivelate
efficaci per la tenuta degli edifici anche dopo le scosse di settembre, il
convegno consentì di registrare, sul tema, il vivo interesse dei professionisti
friulani e di tutti gli operatori coinvolti (tecnici e politici), che in questo
modo si resero conto della possibilità di prepararsi seriamente alla
ricostruzione post terremoto attraverso l’impiego di specifici metodi di
adeguamento antisismico del patrimonio edilizio esistente.
Il confronto voluto dai tecnici italiani
con le più avanzate esperienze slovene, sviluppate sia sul fronte del
monitoraggio sismico che su quello del recupero antisismico delle strutture in muratura
tipiche dell’edilizia tradizionale sia in territorio sloveno che in quello
friulano, trovò nell’architetto Valentino Simonitti, da San Pietro al
Natisone, un suo importante sostenitore: fu lui infatti a dar vita ad un
servizio tecnico per assistere la popolazione delle Valli nel recupero delle
proprie case. Simonitti espose questa esperienza a Trieste nel maggio 1978 in
un intervento al Simposio sui problemi socioeconomici e ambientali degli
sloveni in Italia: citando il buon senso della cultura contadina del
contesto friulano (oltre che sloveno), ricordò che «la riparazione di una casa
è sempre più conveniente della sua ricostruzione […], il recupero del
patrimonio esistente evita nuove infrastrutture e nuove superfici […],
nell’opera di recupero […] può trovare spazio soprattutto la mano d’opera
locale, con investimenti che rimangono sul posto».
Nel 1978 era, peraltro, già
diventata operativa la normativa tecnica che guidò la ricostruzione, inserita
nella legge regionale 30 del 20 giugno 1977, e che ebbe nel documento tecnico
dedicato proprio all’adeguamento sismico (DT2), uno dei suoi elementi cruciali.
Se ne riparlerà (qui), perché si sarebbe trattato di uno degli apporti
più innovativi dell’esperienza del terremoto friulano.