Prima
del 1976 il Friuli era già stato colpito da numerosi disastrosi terremoti. Alla
fine dell’Ottocento il geologo Annibale Tommasi ne elencò 190, anche se molti
erano stati fenomeni minori o parte di sciami sismici: tra questi, 126 vennero
infatti catalogati come eventi locali. Ora i database, come il Catalogo
Parametrico dei Terremoti Italiani curato dall’Istituto Nazionale di Geofisica
e Vulcanologia (INGV),
continuamente aggiornato, ne riportano diverse centinaia.
Il
primo sisma di cui si ha notizia in Friuli è quello che colpì Aquileia intorno
all’anno Mille. A darne notizia fu l’ingegnere Gaetano Ferrante nel 1853, in
relazione ai danni subiti dalla basilica di Maria Assunta nel 998 per «un
terremuoto che non solo conquassò ed atterrò edifici, ma per esso ancora
ruinarono intere città». Ferrante non chiarì se si riferiva allo stesso «grande
e spaventevole terremoto» che nel 1001 colpì Verona e la zona della laguna
friulana. Il primo per gravità in epoca medievale, invece, fu sicuramente
quello del 1117 (o 1116 secondo altre datazioni). Ludovico Antonio Muratori
negli Annali d’Italia, e prima di lui l’abate Gian Francesco Palladio degli Olivi nelle Historie della Provincia del Friuli, riferirono che il
sisma del 1117 colpì le terre tedesche «e particolarmente l’Italia». Muratori
scrisse che le scosse si susseguirono per quaranta giorni, mentre Palladio
degli Olivi raccontò i crolli delle torri di difesa del monastero e della
basilica di Sesto al Reghena.
A
mezzogiorno del giorno di Natale del 1222 un «terribil Tremuoto», di una scala
di magnitudo del momento stimata del 5,68 (Mw 5,68), interessò Lombardia,
Liguria, Emilia, Veneto e Friuli. La città più disastrata fu Brescia, mentre in
Friuli particolarmente colpita risultò Cividale. Tra le conseguenze subite
dalla città ducale va citato il trasferimento del patriarca a Udine, dove l’intensità
del sisma era stata minore, che favorì lo sviluppo della «vile de Udin» in città.
Nello stesso secolo, il 23 aprile 1279, un sisma «fortissimo» fece crollare
parecchi castelli in Friuli.
A
soli 22 anni di distanza, l’11 giugno 1301, un altro fortissimo terremoto
«causò la rovina di molte case in alcuni luoghi del paese» e fu seguito,
aggiunse Francesco di Manzano, da «orribil tempesta con grandine grossa a guisa
d’uova di gallina, ed in particolare nel territorio di Cividale, per cui questa
regione restò per alcuni anni in preda alla miseria». Ma uno dei terremoti più
disastrosi di tutta la storia del Friuli, e d’Italia, fu quello del 25 gennaio 1348 (Mw 6,63), nello stesso anno in cui infuriò in Italia e in Europa la Peste
nera. Sembra essere stato il più forte, di cui è giunta notizia storica, al di
sopra del Po. Con epicentro nelle Alpi Giulie, venne avvertito in Veneto,
Lombardia, Emilia, Austria fino alla Baviera e alla Dalmazia. Provocò migliaia
di morti e danni ingentissimi. A Udine distrusse parte del Castello e del
palazzo patriarcale, ad Aquileia fece crollare parte della basilica, distrusse
castelli e palazzi pure a Ragogna, Flagogna, San Daniele, Tolmezzo e Sacile.
Anche Gemona e Venzone furono gravemente colpite. I danni maggiori li subirono
le terre arciducali: franò la parte meridionale del massiccio del Dobratsch e a
Villaco rimasero intatte le sole case di legno prive delle fondamenta. Dal 1348
al 1511 Tommasi citò nove eventi sismici, perlopiù locali. Non fecero danni
ingenti anche se secondo le cronache «rovinarono degli edifici».
Il
26 marzo del 1511, preceduto dalla sommossa della zobia grassa, del
Giovedì grasso, del 26 febbraio – una sanguinosa rivolta tra fazioni
filoveneziane e filoimperiali che da Udine si estese a buona parte del Friuli –
un altro fortissimo terremoto (Mw 6,32) colpì un’ampia zona montuosa posta al
confine tra le attuali Italia e Slovenia. Le scosse furono diverse, fino ad
agosto, e furono avvertite in tutto il Veneto, in particolare a Venezia, e in
Romagna. I cronisti lo definirono «il più spaventoso che in Udine e in Friuli
fosse mai stato». A Udine i danni furono ingenti: crollarono nuovamente gran
parte del castello e la sua cinta muraria, la loggetta della chiesa di San
Giovanni, il campanile e la chiesa di Santa Maria e molte case. Anche il duomo
fu danneggiato: dalla sua sommità, raccontò Palladio degli Olivi, «precipitò un
pinnacolo fracassando il tetto e scoperchiando le tombe di alcuni degli uccisi
nei tumulti del Giovedì grasso». A Cividale il sisma distrusse 28 case, il
campanile e una torre del monastero maggiore. Provocò gravi danni anche a
Osoppo, Sacile, Pinzano, Faedis, Tarcento, Moruzzo, Colloredo, Fagagna,
Villalta e Artegna, mentre Pordenone riportò solo lievi danni.
Dopo
il 1511, nel XVI secolo, quasi ogni anno fu segnato dal terremoto: Tommasi ne
contò oltre 50, non tutti violenti e nessuno disastroso come quello del 1511.
Nel Seicento le cronache riportano invece eventi rari, al contrario del
Settecento, un altro secolo funestato da numerosi disastrosi eventi tellurici,
di cui ci è giunta notizia anche per l’accresciuta attenzione di studiosi e
cronisti.
Il
28 luglio 1700 una scossa di forte intensità (Mw 5,70) colpì Enemonzo, in
Carnia. In quell’occasione «traballò il suolo, ruinarono delle case, si
screpolarono i muri della chiesa e perirono sei persone». Dopo gli eventi del
1746, 1750 e 1776 a Tramonti e Meduno (Mw 5,86), la scossa del 20 ottobre 1788
a Tolmezzo (Mw 5,19), fece crollare il duomo e una quarantina di case seppellendo parecchie persone.
Quella del 26 gennaio 1790, con epicentro a Sutrio, rovinò molti edifici, tra cui la
fabbrica di telerie Linussio di Tolmezzo, una delle più grandi industrie
tessili del tempo in Italia, che non si riprese più dagli ingenti danni.
Complice
la sempre maggiore circolazione delle informazioni e l’interesse sempre più
attento degli studiosi e dei giornali per i fenomeni sismici, la cui origine e
motivazione la scienza faticava ancora a spiegare, dal XIX secolo le
registrazioni di eventi consistenti o di singole scosse di bassa intensità
ebbero frequenza pressoché annuale – in tutto si contano 115 segnalazioni per
l’Ottocento – a testimonianza del fatto che il Friuli è una terra
particolarmente esposta a questa categoria di eventi fisici.
Del
terremoto nel Pordenonese del 25 ottobre 1812 (Mw 5,62) il friulano Girolamo Venerio annotò nelle sue Osservazioni meteorologiche che il sisma «fu gagliardo a Belluno,
Treviso, Vicenza e nel Garda, nonché nel Trentino ed in Baviera». Egli annotò
fino a gennaio 1842 altre 23 scosse leggere, a cui sarebbero da aggiungere le
27 che il periodico udinese «L’Alchimista friulano» riportò fossero avvenute
tra febbraio e marzo del 1853.
Tra
i terremoti di forte intensità non è possibile dimenticare quello del 29 giugno
1873. Quest’ultimo colpì Mortegliano e Santa Margherita del Gruagno ma fu
«disastrosissimo» a Belluno dove, si legge sul «Giornale di Udine», la Giunta
comunale «si affrettò a mandare del ghiaccio»: l’epicentro fu in Cansiglio e
Alpago e l’intensità eccezionale, 6,29 Mw.
La
terra tornò a tremare in Friuli nel 1906, 1908, 1910, 1911, 1920, 1924 e 1926,
prima della violentissima scossa (Mw 5,99) che, in Carnia, con epicentro sul
monte Bottai, il 27 marzo 1928 distrusse i Comuni di Verzegnis e Cavazzo
Carnico, e provocò gravi danni da Paluzza a Clauzetto, da Tramonti a Venzone.
Ancora più forte (Mw 6,19) l’evento del 18 ottobre 1936, con
epicentro tra l’Alpago e il Cansiglio, che si estese alla zona di Sacile,
Polcenigo e Caneva, fu avvertito fino a Trieste, e provocò vittime e ingenti
danni, in particolare al duomo di Sacile. È un sisma poco noto alle cronache:
il regime fascista preferì non attirare l’attenzione su un evento tragico
nell’anno della proclamazione dell’impero e della guerra di Spagna. Nessuna
sottoscrizione venne indetta e gli stessi giornali locali relegarono
l’avvenimento nelle pagine interne in brevi resoconti.
Nel
secondo dopoguerra, prima del terremoto del 1976, altri eventi sismici
interessarono la Carnia. Dopo una serie di scosse minori, verificatesi tra il
1954 e il 1957, il 26 aprile 1959 in
particolare la valle del But fu investita da un sisma (Mw 5,25) che,
pur in assenza di vittime, provocò gravi danni alle case di Zuglio.