Prima le fabbriche


Come già ricordato, durante la gestione dell’emergenza il ruolo delle parrocchie e in generale della Chiesa friulana fu fondamentale come sostegno psicologico ed emotivo delle persone che avevano perso i propri cari e le proprie case. Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine dal 1973 al 2000, fu l’emblema della vicinanza alla comunità friulana. Non si trattò ‘solo’ di un sostegno spirituale: interprete di una vera, e non formale, ‘Chiesa del popolo’, il presule dialogò con tutte le forze politiche, prendendo posizione anche nelle questioni più spinose. Fondamentale fu poi il contributo di un movimento spontaneo che era nato da qualche anno, Glesie furlane (Chiesa friulana), che si prefiggeva di tenere assieme un cristianesimo che guardava alle origini e l’identità culturale e linguistica friulana.

Da questa capacità di leggere e interpretare la realtà scaturirono, come raccontò padre David Maria Turoldo sulle pagine del quotidiano «Il Giorno» l’11 maggio 1976, le parole con cui l’arcivescovo riassunse in un motto che sarebbe diventato la bandiera della ricostruzione, mettendo in fila le priorità per affrontare l’emergenza e la ricostruzione: «prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese». Nei giorni successivi si sarebbe quantificato a quanto ammontava la distruzione: 18 mila erano i posti di lavoro persi e quasi 500 le aziende industriali danneggiate.

L’11 maggio 1976 Gianni Agnelli – allora presidente della Confindustria – visitò il Friuli terremotato. Nelle quattro ore di permanenza in regione, oltre a confrontarsi con le autorità governative, si recò alla fabbrica di mobili Snaidero di Majano, dove incontrò Rino Snaidero e altri esponenti dell’industria locale. «Vogliamo subito tornare a lavorare», dissero gli industriali ad Agnelli. «Ci eravamo resi conto che il danno non era soltanto nella distruzione delle case», dirà Edoardo Zerman, segretario della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) di Udine, ricordando quei momenti, «ma anche e soprattutto in quello del lavoro, e che pregiudicava il futuro di tutta la popolazione». Già a pochi giorni dalla tragica notte di maggio era dunque chiaro che la rinascita dovesse partire dalle fabbriche e dalla ripresa del comparto manifatturiero; ma per procedere in questa direzione, che fu subito largamente condivisa, fu altrettanto chiaro che serviva un grosso impegno da parte delle istituzioni.

Lo Stato intervenne con sollecitudine a favore del ripristino dei settori produttivi già con la legge n. 336 del 29 maggio 1976. A ruota seguì la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia che, con legge regionale n. 28 del 1° luglio 1976, Provvidenze per il ripristino dell'efficienza produttiva delle aziende industriali, artigiane, commerciali e turistiche colpite dai movimenti tellurici del maggio 1976 nel Friuli-Venezia Giulia, rese operativo il sostegno disposto dal Governo, integrandolo con vari strumenti finanziari regionali: contributi a fondo perduto, per i quali sarebbero state accolte 493 domande per l’industria e 2629 per l’artigianato, quindi finanziamenti, mutui d’esercizio ed altri strumenti di credito erogati anche attraverso Friulia, una delle prime società finanziarie regionali istituite in Italia (1966). Duplice l’obbiettivo di questi strumenti normativi: stanziare misure contributive a favore del settore secondario e terziario ed evitare che nelle zone colpite si sviluppasse un irreversibile processo di disgregazione socioeconomica.

Esemplare quanto avvenne nella fascia pedemontana tra Gemona e Maniago, in via di industrializzazione, e soprattutto nell’area industriale di Rivoli di Osoppo, la più estesa tra quelle prossime all’epicentro del sisma, che era nata per iniziativa di un gruppo di imprenditori agli inizi degli anni Sessanta ed era allora in forte crescita. Il sisma distrusse completamente la Manifattura di Gemona, quasi tutti gli stabilimenti delle acciaierie Pittini, 45 mila m2 della fabbrica Fantoni, di cui rimase in piedi il Centro servizi disegnato da Gino Valle, 30 mila m2 della fabbrica Snaidero a Majano, costruita a partire dal 1972 su progetto di Angelo Mangiarotti. La ricostruzione seguì percorsi diversi, in alcuni casi riusando quanto era sopravvissuto, in altri optando per rifacimenti radicali. La Manifattura di Gemona realizzata su progetto di Emilio Mattioni fu un caso esemplare di ricostruzione veloce: i lavori iniziarono nel gennaio 1977 e terminarono nel dicembre dello stesso anno. Assieme ad altri, questi imprenditori e le loro maestranze furono di esempio per molte piccole e piccolissime aziende, per migliaia di laboratori artigianali che reagirono in modo attivo alla catastrofe, destinarono le provvidenze istituzionali alla ricostruzione e, in non pochi casi, all’aggiornamento tecnologico.

Migliaia di persone, già prima delle scosse di settembre, furono poco per volta riassorbite nel ciclo produttivo. A distanza di un anno, sul finire del 1977, oltre il 90% dei lavoratori residenti risultava rientrato al lavoro, mentre nel 1978 l’occupazione nel settore industriale superò i livelli ante-sisma. Questa attenzione per la salvaguardia dei posti di lavoro fu fondamentale per scongiurare l’abbandono permanente dei territori colpiti dal terremoto: sostenere le aziende in espansione consentì di guardare al futuro e di gettare le basi per uno sviluppo industriale che era già partito e che, proprio per questo, attraversava una delicatissima fase di evoluzione. Il rientro degli emigranti dall’estero, che era già iniziato negli anni precedenti, si consolidò, e contribuì con uomini ed esperienze alla ricostruzione.

Come forse era inevitabile, non mancarono le critiche al sistema introdotto e le preoccupazioni per gli altri settori economici. Non poche voci si levarono a sostegno del settore agricolo e zootecnico, che stava attraversando una trasformazione in senso industriale con conseguente marginalizzazione delle tradizionali aziende agricole a dimensione famigliare, le quali, a seguito dei danni del terremoto, correvano il rischio di accusare il colpo finale, come testimoniano i manifesti che comparvero pubblicamente e che sono ora conservati nel fondo Gubiani della Civica Biblioteca Glemonense ‘don Valentino Baldissera’. Su questo problema, il 16 luglio 1976 venne organizzato a Udine un convegno dal titolo ‘Dopo il terremoto costruire una nuova agricoltura per la rinascita del Friuli’, che vide tre protagonisti: l’Alleanza dei coltivatori del Friuli Venezia-Giulia, la Federmezzadri CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) e l’Unione Coltivatori Italiani (UCI).

Manifestò preoccupazione per l’agricoltura, soprattutto per la «gravissima situazione della montagna» anche la Chiesa friulana, per voce del Consiglio pastorale: in un documento del novembre 1978 esprimeva inquietudine per il ruolo preminente che era stato dato alla viabilità e alle servitù militari, per l’arrivo di grosse società nazionali e internazionali, per l’andamento dei prezzi. In un articolo della «Vita Cattolica» (2 dicembre 1978), intitolato Basta investimenti in Friuli, si segnalava il divario fra chi ancora attendeva i finanziamenti per completare la casa e gli imprenditori, già destinatari di ingenti contributi: «Chi si sta rimettendo a posto le quattro mura di casa vede recapitarsi i soldi col contagocce; gli industriali, invece, li hanno ricevuti a palate, decine e decine di miliardi. Con quale criterio? Erano tutti necessari per ricostruire le fabbriche? E quelle aziende che hanno ricevuto stanziamenti pur essendo state solo ‘accarezzate’ dal terremoto, come li hanno investiti i contributi?». Il timore di fondo era, naturalmente, che il terremoto aumentasse la velocità della modernizzazione e che fosse un ulteriore motivo di rottura incontrollabile degli equilibri sociali.

Anche l’economista Marzio Strassoldo non esitò, in occasione di un convegno promosso a Gemona nel febbraio 1979 dal Consorzio Industriale Pedemontano Alto Friuli (CIPAF), a rimarcare alcune problematiche delle ‘ricostruite’ fabbriche friulane. Nel suo intervento, Analisi e prospettive del mercato del lavoro nelle zone terremotate, egli sottolineò, infatti, che «le aziende che hanno completato la ricostruzione dei fabbricati e degli impianti su dimensioni superiori alle precedenti, per rispondere sia alle indicazioni della legge sia alle richieste del mercato che presenta favorevoli prospettive in quasi tutti i settori operanti nell’area, si trovano […] nell’impossibilità di completare gli organici aziendali e a conseguire un pieno utilizzo della capacità produttiva».

Per uno degli industriali protagonisti dello slancio che videro le fabbriche in prima linea, Andrea Pittini, il terremoto fu per la gente del Friuli uno schiaffo: «Nel 1976 le Ferriere Nord avevano circa mille dipendenti, il sisma ha distrutto completamente lo stabilimento uccidendo 7 dipendenti e ferendone altri 39. A poche ore dal sisma tutte le Ferriere Nord erano un cantiere in piena attività […] Tra una scossa e l’altra abbiamo demolito le macerie, riprogettato lo stabilimento ed infine l’abbiamo ricostruito […]. Ritengo che il sisma non abbia dato un impulso significativo all’industrializzazione del territorio, lo sviluppo dell’industria era iniziato in precedenza. Il terremoto è stato preso dalla gente come una sfida all’affronto di distruzione e morte fatto dal sisma. C’è stata una gara a ricostruire più in fretta possibile per riprendersi dallo schiaffo subito».

L’idea che il terremoto abbia fornito in Friuli l’innesco di uno sviluppo economico moderno che stentava ad avviarsi, o mancava del tutto, è uno dei tanti falsi miti che hanno circondato l’economia friulana, considerata a torto, prima del 1976, ‘arretrata’ rispetto ad altre del Paese. Il supposto miracolo del terremoto cadde invece in un periodo di forte accelerazione dell’economia industriale friulana e, in generale, di tutto il sistema produttivo del Friuli Venezia Giulia: si pensi che il reddito pro-capite delle due Province friulane, che nel 1963 erano ancora inferiore di un quarto rispetto a quello nazionale, nel 1970 aveva già raggiunto la media nazionale e nel 1976, prima che i finanziamenti del terremoto aggiungessero benzina ad un motore già a pieni giri, aveva superato quello medio di tutto il Paese.

Se c’è una specificità friulana nella reazione al terremoto questa va piuttosto cercata nella funzione di accompagnamento che la Regione a statuto speciale seppe svolgere, e che si espresse in una condivisione, anche tra maggioranza ed opposizione regionali, degli strumenti amministrativi e finanziari da utilizzare e sugli obiettivi da porsi: più che uno slogan, «prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese» fu un sentimento che nacque dal basso e che la classe dirigente politica, imprenditoriale, intellettuale e morale seppe far proprio e trasformare in realtà.


Friuli 1976. Una ricerca socio-economica su sei comuni dell’area terremotata, Udine, s.d. [ma 1979]; P. Grandinetti - R. Grandinetti, Il caso Friuli. Arretratezza o sviluppo?, Udine, Il campo, 1979; F. Ulliana, Tornare con la gente. Clero e identità friulana, Udine, Il campo, 1982; F. Mattioni - F. Bednarz, La ricostruzione industriale del Friuli, Udine, Ires 1987; L. Di Sopra, Il modello Friuli. Gestione dell’emergenza e ricostruzione del Friuli dopo il sisma del 1976, Udine, Amministrazione provinciale di Udine 1998; L. Coen, Le fabbriche tornano subito al lavoro, in «Atlante de La Repubblica» (2009), p. 85; G. Baiutti (a cura di), Friuli 1976-2016. Dalla ricostruzione a un nuovo modello di sviluppo, Udine, Forum 2016; S. Pratali Maffei, Piani e progetti della ricostruzione, in Memorie. Arte, immagini e parole del terremoto in Friuli, catalogo della mostra (Villa Manin di Passariano, 24 aprile-3 luglio 2016), Milano, Skira 2016, pp. 100-114; R. Grandinetti, Una lettura della storia recente dell’economia friulana: all’industrializzazione senza fratture alla globalizzazione, in Id. (a cura di), Il Friuli. Storia e società. 1964-2010. I processi di sviluppo economico e le trasformazioni sociali, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione 2016, pp. 7-72; L. Di Sopra, I terremoti del 1976 e i caratteri della ricostruzione, in ivi, pp. 213-249; D. Barillari - P. Valle (a cura di), Architettura del Novecento a Gemona e nella Pedemontana friulana, catalogo della mostra (Gemona del Friuli, Palazzo Fantoni, 11 dicembre 2025-21 giugno 2026), Udine, Forum 2025.