Il 6 settembre 1976, prima dunque della disastrosa scossa di
settembre, il Consiglio regionale istituì la ‘Segreteria Generale Straordinaria
per la ricostruzione del Friuli’, l’ufficio tecnico che per almeno un decennio
gestì la ricostruzione. Al suo vertice venne nominato l’ingegnere Emanuele
Chiavola.
Luogo di contatto permanente e operativo tra Regione e
territorio, tra tecnici e amministratori locali, la Segreteria era articolata
in tre ripartizioni: amministrativa, tecnica e dell’assistenza. Al suo interno
operavano due tipologie distinte di organismi tecnici: il Gruppo
Interdisciplinare Centrale (CIG) o Gruppo A, e il Gruppo B. Il
primo era composto da 29 professionisti: 16 ingegneri, 9 architetti, 2
geometri, un perito industriale e il professore Miha Tomacevitz dell’Istituto
per la ricerca sui materiali e le strutture (Zavod za Raziskavo Materiala in
Konstrukcij - ZRMK) di Lubiana, con il quale, come si è già detto, era
in corso una collaborazione tecnica. Il gruppo A svolse compiti di
programmazione e coordinamento, in particolare formulò la normativa tecnica per
la progettazione e la direzione delle opere. Alla fine del 1979 arrivò a
contare 41 componenti.
Nel 1977, il Gruppo A fissò le linee guida della
ricostruzione nei Documenti Tecnici allegati della legge n. 30 del 1977,
i famosi DT, la cui utilità viene tutt’ora riconosciuta da tutti. I DT
consentirono, infatti, di standardizzare una metodologia progettuale e di
intervento evitando così che ogni professionista procedesse in modo diverso.
Il primo di questi documenti, il DT1, forniva le istruzioni
per la presentazione dei progetti, elencava i documenti da allegare agli
elaborati grafici e i contenuti che questi dovevano possedere, definiva il
formato delle tavole grafiche e i simboli da utilizzare per indicare le lesioni
strutturali e le demolizioni. Il DT2 raccoglieva le Raccomandazioni per la
riparazione strutturale degli edifici in muratura, forniva dunque le
istruzioni relative alle tecniche e tecnologie da applicare per consolidare e
rendere antisismici gli edifici in muratura, tenendo conto delle varie
tipologie costruttive. Realizzato sulla scorta dei prontuari diffusi dal Centro
di Ricerca Applicata e Documentazione (CRAD) istituito dalla Camera di
commercio di Udine in collaborazione con il ZRMK di Lubiana, e da studi di
altri istituti, tra cui il Politecnico di Milano, il DT2 fu più volte
aggiornato a seguito delle esperienze pratiche esperite sul campo durante la
ricostruzione. Il DT4 era dedicato ai capitolati d’appalto e spiegava come
regolare i rapporti tra le stazioni appaltanti e le imprese costruttrici,
riportando descrizione e caratteristiche dei materiali da utilizzare. Il DT5,
invece, meglio noto come ‘Prezzario unificato’, normalizzava sotto il profilo
economico le voci che potevano essere inserite nei capitolati. E se il DT6
istruiva sulla procedura da seguire e sulla modulistica da utilizzare per
l’esecuzione di un intervento pubblico progettato dai gruppi B, il DT7 definiva
i parametri tecnici ed economici indispensabili per decidere se fosse
conveniente procedere alla riparazione di un edificio.
I 14 documenti tecnici pubblicati tra l’ottobre 1977 e
il dicembre 1981 – il quindicesimo, dedicato ai dati finali della
ricostruzione, nonostante fosse stato annunciato non fu mai pubblicato – erano
documenti complessi nei contenuti e nelle procedure, ma facili da consultare,
che, con esempi pratici, si rivolgevano a professionisti e imprese. Come
ebbe a dire Luciano Di Sopra, apportarono «una rilevante razionalizzazione
complessiva del processo, a fronte di un’azione atomizzata in decine di
migliaia di casi particolari». Incaricato dalla Regione di redigere la stima
dei danni, Di Sopra svolse un lavoro determinante sia per la classificazione
delle aree colpite dal sisma, alle quali vennero destinate i soccorsi
economici, sia per la definizione delle linee guida di una possibile
legge-quadro nazionale per fronteggiare le calamità che, però, non vide mai la
luce.
Il secondo organismo multiplo che operò all’interno della
Segreteria Generale Straordinaria consisteva nei Gruppi di lavoro B.
Ognuno di essi riuniva i tecnici per la progettazione, direzione, assistenza e
contabilità dei lavori e per l’accertamento della regolare esecuzione degli
stessi: ne furono formati 56, a copertura di tutti i Comuni terremotati, ognuno
composto da 9 membri. Complessivamente furono coinvolti 162 ingegneri, 125
architetti, 220 geometri e 77 periti edili, affiancati da 8 società di progettazione.
Operando direttamente sul territorio, i Gruppi B furono gli artefici
della trasposizione dei contenuti dei DT nelle opere di ricostruzione.
La legge n. 30 del 1977, come si è detto, diede la
possibilità al singolo cittadino di scegliere se provvedere autonomamente alla
riparazione o ricostruzione della propria casa oppure se delegare tale
operazione al pubblico. Nel primo caso, le istanze venivano semplicemente
presentate ai Comuni che istruivano le pratiche e, in caso positivo,
concedevano direttamente i contributi. Gli importi potevano raggiungere il 60%
o l’80% della «somma ammessa» e venivano erogati in tre rate di cui il 50% ad
inizio dei lavori. La spesa ammessa era determinata da limiti sulla volumetria
dell’edificio, dalla destinazione d’uso e dal numero delle unità immobiliari
inserite nell’edificio. Il Gruppo B, competente territorialmente,
verificava la regolarità del progetto e la congruità dell’importo stimato,
approvandolo o chiedendo modifiche o integrazioni. «A qualcuno», ha scritto
l’ingegner Diego Carpenedo componente del Gruppo A, «parve una mossa azzardata
affidare ai sindaci il compito di ricevere le istanze dei cittadini, istruire
le pratiche relative e concedere i contributi, in ragione delle dimensioni
ridotte di molti comuni del cratere e conseguentemente della loro modesta
operatività. I fatti si incaricarono di smentire i pessimisti, testimoniando
altresì l’eccellenza dell’assistenza tecnica assicurata dai Gruppi B a servizio
dei comuni». La possibilità per i privati di procedere in questo modo consentì
di coinvolgere una nebulosa di piccole imprese, artigiani e singoli lavoratori
che altrimenti sarebbero rimasti esclusi dalla ricostruzione, e che invece la
resero possibile in tempi celeri.
Se, invece, il privato cittadino rinunciava al contributo e
affidava al Comune tutti gli adempimenti tornando in possesso dell’unità
immobiliare alla conclusione dei lavori, i Gruppi
B seguivano l’intera procedura, dalla progettazione alla direzione lavori.
Complessivamente scelsero l’intervento pubblico il 40% degli aventi diritto,
soprattutto i cittadini meno abbienti, segnalando una straordinaria fiducia
nell’amministrazione pubblica che comportò un considerevole riflesso di
calmieramento dei costi del processo di ricostruzione dell’edilizia privata
danneggiata.
Nelle intenzioni, i Gruppi
B avrebbero dovuto sopperire alle carenze degli uffici tecnici comunali,
dotati spesso di organici esigui. Il loro sottodimensionamento e la loro
inadeguatezza a ricostruire interi paesi fu una strozzatura che apparve subito
nitidamente in tutta la sua importanza, e alla quale il sistema posto in essere
sopperì solo in parte. I professionisti dei Gruppi
B affiancarono i tecnici dei Comuni non in via esclusiva continuando a
svolgere attività professionale privata. Sui risultati modesti ottenuti dalla
collaborazione pubblico-privato si soffermò pure Chiavola, attribuendoli alle
«pressioni dei cittadini e dei Sindaci». Il ricorso ai liberi professionisti
«finì col polverizzare l’operazione, arrecando inconvenienti di carattere generale».
L’altro ufficio speciale che contrassegnò il Modello Friuli
fu l’Ufficio Operativo Centrale, di cui si è già detto, che ebbe la
funzione di coinvolgere tutti i principali partiti nella soluzione di questioni
di considerevole interesse generale, come gli appalti.
Va poi ricordato il personale tecnico e amministrativo della
Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, che fu investito da una vera bufera in
grado di scardinare qualsiasi routine di lavoro. Nato da poco più di un
decennio, il nuovo ente regionale non soffriva ancora di quella dilatazione
incontrollata delle competenze e delle piante organiche che avrebbero
contrassegnato il regionalismo italiano successivamente alla nascita delle
Regioni a statuto ordinario. Anche per questo, e forse anche per il fatto che vi
lavorava una nuova generazione di funzionari, la prova che il personale
regionale seppe esprimere fu nel complesso di grande dedizione e impegno.
Non tutto, in conclusione, funzionò come avrebbe dovuto e
come sarebbe stato necessario, e non solo per la complessità del momento e per
l’enormità dei compiti che il mondo dell’economia, della politica e della
pubblica amministrazione si trovarono a fronteggiare; ma la risposta della
classe dirigente tecnica del Friuli Venezia Giulia fu, nel complesso, di
assoluto rilievo.